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L’alfabeto di Dave Eggers

Google ha da poco annunciato la creazione di una nuova entità, chiamata Alphabet, che fungerà da contenitore per tutti i progetti dell’azienda di Larry Page e Sergey Brin. In questo nuovo assetto, dunque, Google stessa diventerà solo una delle divisioni di Alphabet, quella dedicata ai servizi internet che hanno fatto la fortuna del colosso di Mountain View. A capo di Google sarà Sundar Pichai, già da qualche anno per molti aspetti l’uomo più in vista della compagnia, nonché il supervisore di alcuni dei suoi prodotti più importanti come Chrome e Android.

Se il ruolo predominante di Google all’interno della nuova entità non sarà certamente messo in discussione, è però chiaro come la mossa punti nella direzione di un’ulteriore espansione degli orizzonti dell’azienda. La lista delle divisioni sorelle che faranno capo ad Alphabet include Nest Labs, azienda produttrice di sensori smart per la sicurezza e l’automazione della casa, Calico, un laboratorio di ricerca in biotecnologie nato col prometeico scopo di combattere malattie e invecchiamento, oltre a Google Fiber, di cui abbiamo già parlato qui.
Sembra dunque che dei passi concreti vengano fatti nella realizzazione di quella che è la mission di Google, ossia di “organizzare la conoscenza del mondo e renderla universalmente utile ed accessibile” secondo il precetto di Brin per cui “la conoscenza è sempre bene, e sicuramente è sempre meglio dell’ignoranza”.

Più di altri colossi della Silicon Valley Google suscita in alcuni un senso di disagio legato all’apparente onnipresenza e incontrollabile espansione della pervasività delle tecnologie e dei servizi della grande G. Apple è ancora percepita in qualche modo come un’azienda manifatturiera, e la caduta di Microsoft dalla posizione di assoluto monopolio che aveva a fine anni ’90 sembra aver migliorato, almeno sotto questo punto di vista, l’immagine di Redmond che per altri aspetti fatica a riacquistare il lustro degli anni passati.
La più grossa ragione da cui credo derivi questa diffidenza è che, a differenza di Apple e Microsoft, non è immediatamente chiaro come Google faccia i soldi che fa, il che porta, anche comprensibilmente se vogliamo, a pensare il peggio. In pochi hanno questo peggio chiaramente definito, ma il fatto che la stragrande maggioranza dei consumatori non abbia pressochè mai coscientemente aperto il proprio portafogli (digitale o analogico che sia) per pagare quella che è la seconda o terza azienda più ricca del mondo lascia molto margine alla speculazione quando non proprio all’immaginazione.

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Uno dei prodotti più notevoli di questa forma di speculazione che abbiamo avuto in questi anni è sicuramente Il Cerchio di Dave Eggers, un romanzo uscito un paio di anni fa che racconta l’esperienza di una nuova assunta in un’immaginario conglomerato tecnologico che prende in prestito caratteristiche dell’immagine di varie aziende reali, tra cui sicuramente Facebook o Amazon, ma la cui retorica sull’accumulazione dell’informazione lo ricollega in maniera molto immediata a Google.
Eggers si interessa molto più del ruolo che l’azienda del suo romanzo vuole rivestire nella società e della sua retorica che non dei risvolti economici della sua inarrestabile espansione, e in questo si rifà ad una tradizione distopica fin troppo celebre. Da più parti Il Cerchio è stato paragonato a 1984 o Il Mondo Nuovo, ed è abbastanza chiaro che il paragone è incoraggiato dall’autore, se non apertamente ricercato. Mentre 1984 ci metteva dalla parte del ribelle, della persona che riesce a uscire dalla gabbia mentale in cui lo si vuole intrappolare, Il Cerchio prende l’opposto approccio di mostrarci gli incresciosi eventi della storia dal punto di vista di un’entusiasta recluta dell’oppressivo sistema. Mae, la protagonista, viene assunta dal Cerchio e al lettore è dato di assistere al progressivo abbattimento dei dubbi e del disagio che le procedure e la cultura dell’azienda inizialmente le procurano, e l’autore ha modo di destreggiarsi in invenzioni distopiche di crescente perversione che gli impiegati della compagnia accolgono con un altrettanto crescente entusiasmo.
Non voglio farne una questione di verosimiglianza, la cui mancanza raramente trovo un difetto in opere narrative di varie fattezze, ma il fatto che il 90% dei personaggi del romanzo si comportino come dei robottini non mi aiuta a superare il pregiudizio che nutro nei confronti della tradizione distopica di cui sopra. Immaginare il peggio caricaturizzando alcuni aspetti del panorama contemporaneo è un esercizio che trovo estremamente pigro e terra terra. Esaminare le politiche aziendali e le ambizioni dei mastodonti della tecnologia sarebbe un ottimo proponimento, vomitare addosso al lettore la percezione più semplicistica che esso già poteva avere della questione, ricamandoci sopra in maniera nemmeno troppo efficace da un punto di vista narrativo, meno.

Sperando che le “intuizioni” di Eggers siano in egual misura trite e infondate, non ci resta che tenere d’occhio gli sviluppi di questo nuovo assetto societario di Mountain View e aspettare che qualche altro cantastorie ne colga gli aspetti più narrativamente interessanti.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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