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Beach House – Depression Cherry

In un periodo di commistione musicale a 360° come quello che stiamo attraversando, molti musicisti danno priorità alla varietà e all’esplorazione nei loro lavori, e vedono di cattivo occhio il labor limae e la variazione sul tema. Sono il primo sostenitore del melting pot più sfrenato, ma a volte una sensazione di familiarità e comfort è quello che cerco in un disco, e nessun gruppo contemporaneo ha saputo incarnare questo spirito come i Beach House.
A partire in particolare da Teen Dream, che con ogni probabilità rimarrà il pinnacolo del loro catalogo, il duo di Baltimora ha fatto proprio un modus operandi in qualche modo conservatore rispetto a quello che la maggior parte dei loro colleghi porta avanti, ma nonostante il clima di costante ricerca della “next big thing”, che sia un gruppo o un sound, i Beach House hanno saputo mantenere la propria nicchia tramite successive iterazioni e sottili virate di quello che era immediatamente apparso nel 2010 un suono destinato allo status di classico.
Classificabili in buona sostanza con l’etichetta “dream pop” i Beach House hanno saputo smarcarsi sia dalle atmosfere più dark dei padri anni ’80, sia dalle derive rumoristiche dei figli anni ’90, miscelando un sound tondo e immediatamente riconoscibile grazie all’inconfondibile contralto di Victoria Legrand.

Li ritroviamo questa estate alle prese con un nuovo lavoro destinato inevitabilmente ad alzare meno polverone dei precedenti due, ma che li mostra ancora vitali e in grado di “difendere il territorio” conquistato con merito negli ultimi anni.
Intitolato Depression Cherry, l’ultimo album si distacca dalle atmosfere di Teen Dream più di quanto non facesse Myth, virando su un tono solenne, che a tratti fa l’occhiolino ad un filone, quello slow-core, che aveva esercitato una certa influenza sulle prime uscite dalla band, ma che era stato accantonato in anni più recenti. Quello che il titolo lascia intuire, l’ascolto conferma: l’umore del disco è uniformemente grigio, e si distacca anche dalla malinconia romanticona che già collegavamo ai Beach House dando ai pezzi un profilo meno stilizzato e più nature, nonostante la paletta sonora resti in larga parte quella a cui siamo abituati.
Variare il panorama emotivo della propria musica senza rivoluzionarne il lessico sonoro è un’operazione che riesce a meno gruppi di quanto si potrebbe pensare, e solitamente segnala una maturità che distingue le meteore dagli artisti destinati a conservare la propria scintilla creativa.
Se il disco del 2012 mi aveva lasciato il dubbio che i Beach House potessero appartenere alla prima categoria, questo Depression Cherry mi rassicura alquanto sulla loro appartenenza alla seconda, e lascia ben presagire per il continuo della loro ormai decennale carriera.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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