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Il fenomeno, gli affamati, i talentuosi. Alcune tematiche di un agosto di sport.

Polinesia a chi? Lo sport mondiale non si è fermato ad Agosto, anzi, ha espresso alcuni degli spunti più proficui dell’intera stagione. Dal mondiale di atletica, a quello di nuoto, passando per il consueto calciomercato e la preparazione agli europei da parte dell’Italbasket. Passiamo rapidamente in rassegna alcune delle eccellenze sportive messesi in vetrina nel mese estivo.

IL FENOMENO- Usain Bolt. Difficile scrivere anche solo una riga sul più grande sprinter di tutti i tempi. Numeri alla mano, il dominio “all time” di Bolt va appurato come un dato incontrovertibile. Sono 11 le medaglie d’oro nei Mondiali, come lui nessuno mai. Le ultime tre, targate nell’amato Bird’s Nest di Pechino, hanno permesso al giamaicano di staccare Carl Lewis e Michael Johnson, che hanno concluso la loro carriera con 8 titoli iridati.

I numeri, tuttavia, non aiutano a spiegare completamente la dominanza dello sprinter testimonial della Puma, anche se clamorosi come i 9’’58, record apparentemente imbattibile sui 100, e 19’’19, quello sui 200, la specialità più amata. Bolt ha stupito quest’estate perché, per la prima volta in carriera, si era presentato ai blocchi di partenza senza lo status di imbattibile. Il suo avversario, l’americano Justin Gatlin, aveva martellato le piste di atletica della IAAF nei mesi precedenti al Mondiale cinese, arrivando a Pechino non solo come imbattuto, ma anche con i record stagionali su 100 e 200 metri. Per di più, Bolt, non aveva mai corso sotto i 9’’80, tempo ampiamente nelle corde dello sprinter americano. Per questo motivo la vittoria del 23 di agosto con 9’’79, battendo di un solo centesimo il rivale Gatlin, ha choccato ancora una volta il mondo, dimostrando che il giamaicano, sebbene non più nelle spaventose condizioni fisiche degli anni d’oro, è pressoché impossibile da battere in una gara iridata. In una stagione ricca di controversie a causa del doping di alcuni atleti e di voci di un possibile declino del giamaicano, Bolt ha dato l’ennesimo segnale. Il campione è ancora lui, ancora imbattibile, perché troppo superiore a livello fisico e di personalità, anche su un rivale indemoniato come Gatlin.

Una superiorità mostrata nettamente nei 200, con una prestazione degna del miglior Bolt, un 19’’55 che ha spazzato ogni velleità di “upset” da parte del rivale, finito con un distacco più boltiano del misero centesimo maturato sui 100.

Come arginare questo strapotere in vista delle prossime Olimpiadi che si disputeranno in quel di Rio de Janeiro? La domanda, a poche settimane dalle immagini della Pechino 2.0., non può avere una risposta soddisfacente. Passando in rassegna i possibili rivali, ci sentiamo di escludere Asafa Powell, oramai non più all’altezza dei fasti toccati tra 2008 e 2010, e Tyson Gay, che dopo un anno di squalifica dovuto all’utilizzo di sostanze dopanti, ha toccato forse il punto più basso della sua carriera, prima con un incolore sesto posto nella finale dei 100 e poi impedendo agli USA di andare a medaglia nella 4×100, combinando un disastro nell’ultimo cambio con il compagno Rodgers.

In attesa delle notizie sul disperso e sfortunatissimo Yohan Blake, ancora impaurito di infortunarsi nuovamente secondo il coach Glenn Mills, che condivide con l’amico di sempre Bolt, dovremo tenere d’occhio le prestazioni di Trayvon Brommell (classe 1995) e Andre De Grasse (1994) che hanno vinto il bronzo ex-aequo nella finale dei 100, e che, insieme al nippo-ghanese Sani Brown (1999) sembrano essere gli atleti con i maggior margini di miglioramento.

Poi c’è Gatlin, il solito Gatlin. Il newyorkese si presenterà a Rio a 34 anni suonati, ma a quanto pare l’inattività patita tra il 2006 e il 2010 causa doping, ha spostato indietro le lancette biologiche dello sprinter americano, che sembra essere nel miglior momento della carriera, ben più ricco di risultati del 2004, anno dell’oro olimpico di Atene.

Tutto sommato, si tratta dei soliti noti, motivo in più per pensare che la strada di Bolt per nuovi ori e nuovi record sia ancora, relativamente spianata.

GLI AFFAMATI- Compra, vendi, ricompra, rivendi. Prestito, diritto di riscatto, cessione a titolo definitivo, pagamento dilazionato. Ogni anno, per cinque anni. Questo il trend del calciomercato estivo della Roma da quando Walter Sabatini è il direttore sportivo della squadra giallorossa. Può piacere o meno, può convincere o meno, ma è difficile negare che il ds ex Lazio e Palermo non sia un lavoratore indefesso. Può piacere o meno, può convincere o meno, ma appare evidente che con questo day-trading Sabatini sia riuscito a costruire, rosicchiando milione dopo milione, una rosa dal valore di mercato ben più alto di quella ereditata nel giugno del 2011.

Tutto questo, in una maniera relativamente slegata dai risultati di squadra, poiché, sebbene le due ultime qualificazioni dirette alla Champions League siano state una manna dal cielo per le casse giallorosse, come lo sono per qualunque società, il miglioramento più netto del valore medio della rosa è arrivato dopo la stagione del patatrac calcistico con le gestioni Zeman-Andreazzoli. Un disastro che, va detto, è stato “semplicemente” a livello sportivo, poiché il sodalizio Zeman-Sabatini, è stato più di successo di quanto i due stessi non immaginino. La politica spregiudicata di Zeman ha permesso di valorizzare giocatori come Marquinhos, Lamela e Osvaldo, che sono stati poi venduti a 75 milioni di euro nell’estate del 2013 da Sabatini, permettendo così alla Roma di mettere le mani su calciatori del calibro di Strootman, Gervinho, Benatia, Ljajic e Nainggolan, pagati, chi prima chi dopo, per una cifra più o meno equivalente a quella dei tre talenti che ad oggi sono ben lontani dalla valutazione che Sabatini ha strappato rispettivamente a PSG, Tottenham e Southampton.

La politica delle plusvalenze con i talenti esteri è tuttavia mutata con l’arrivo di Rudi Garcia, un allenatore in grado di riportare la Champions League nella capitale per due stagioni consecutive, risultato ottenuto negli ultimi anni solo da Capello e Spalletti. Alle promesse di un futuro glorioso, naufragate prima con il progetto Luis Enrique e poi con la sconfitta nel Derby di Coppa Italia del 26 Maggio 2013, sono subentrati i fatti. Secondi posti e appeal immediato, niente più progetti in divenire. Alle cessioni di Lamela, Borini, e gli altri talenti pescati in giro per il mondo da Sabatini, sono subentrate quelle di Romagnoli, Bertolacci, Viviani, prodotti del vivaio, pagati una cifra prossima allo 0 e fruttati intorno ai 50 milioni, soldi utilizzati per investire come nessuna squadra di Serie A sul mercato. Almeno in questa sessione di calciomercato.

La Roma, dopo aver puntato tutto su Iturbe nella stagione 2014-2015, salvo poi scaricarlo e tenerlo nella classica tenelovela da calciomercato romanista, ha quest’anno riscattato Nainggolan e comprato Edin Dzeko, Mohammed Salah, Lucas Digne, Wojciech Sczezsny e Iago Falque, cinque acquisti e una conferma di lusso che hanno proiettato la squadra di Rudi Garcia immediatamente al ridosso della Juventus del quasi-triplete, profondamente rimodellata secondo le richieste di mister Allegri.

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Entrati nel quinto anno della gestione americana non possiamo certamente affermare che Walter Sabatini abbia un curriculum intatto, anzi. Alcune operazioni sbagliate (Doumbia, Iturbe) e un rendimento non sempre da squadra di primo piano, hanno portato i giallorossi a non vincere trofei nell’era Pallotta, troppo poco per una squadra che si professa così ambiziosa. Un cambiamento tangibile, tuttavia, bisogna registrarlo. Rispetto alla squadra del 2010-2011, stanca e a fine ciclo, con Doni, Cassetti, un Juan al crepuscolo, Burdisso, Brighi, Simplicio, Borriello, Menez, Vucinic, la Roma si presenta con una compagine profondamente credibile anche in Europa, forte dei talenti Dzeko e Salah in avanti, Pjanic e Nainggolan, in attesa di Strootmaan (nuovamente operatosi in questi giorni) a centrocampo, e con le prospettive intriganti rappresentate da Manolas, Digne e Florenzi nel reparto difensivo. Il tutto, con una panchina enormemente più competitiva di quelle della Roma dell’era Rosella Sensi.

Può piacere o meno, può convincere o meno, ma non si può negare che la Roma non stia lavorando per provare a diventare una squadra di livello internazionale. Questo Agosto ne è una prova.

I TALENTUOSI- “La nazionale con più talento di sempre”. Così è stata definita, quasi all’unisono, la truppa di Simone Pianigiani attualmente impegnata negli Europei di pallacanestro. Un’etichetta che può risultare tanto piacevole quanto scomoda, soprattutto se affiancata dalle dichiarazioni perentorie del presidente della Fip, Gianni Petrucci. La nazionale degli NBA è alle prese con la sua maturità, ma invece di avere cinque anni per raggiungerla, dovrà immediatamente dimostrarlo nelle cinque durissime partite del girone di ferro dell’Eurobasket 2015, quello B, che si disputa in quel di Berlino, una delle cinque città che ospiterà la manifestazione, a causa dell’impossibilità da parte dell’Ucraina di garantire l’ordine pubblico per un evento di questa portata, alla quale era stata designata.

Gallinari, Bargnani, Belinelli, Datome, Hackett, Gentile, rappresentano un’ossatura lussuosa per una nazionale che ha avuto nella sua storia grandissimi giocatori, ma mai tre NBA (i primi tre) affiancati da delle prime punte a livello europeo. Simone Pianigiani ha lavorato tanto per far si che la squadra potesse risultare compatta nonostante le grandissime individualità al suo interno, viaggiando e vincendo i più svariati tornei, Trento, Tblisi, Capodistria e Trieste. Appuntamenti progressivamente sempre più probanti, al fine poter arrivare pronta all’avvenimento e alle sfide di girone contro le fortissime Spagna, Serbia, Turchia e Germania.

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L’esordio non è stato dei più positivi, poiché Gallinari e co. sono stati sconfitti dalla Turchia di Ersan Ilyasova e Semih Erden, dimostrando ancora una mancanza di esperienza in competizioni di una certa caratura. La vittoria sofferta contro l’Islanda, tuttavia, ha rimesso gli azzurri in carreggiata, in attesa delle tre sfide monstre contro le squadre più ostiche del girone, Spagna e Serbia per tradizione, Germania per via del fattore campo.

Benché, escludendo Belinelli, manchi un giocatore abituato a giocare e vincere ai massimi livelli, e vi sia la sensazione che l’età media della compagine sia piuttosto bassa, con il solo Cusin oltre i 30 anni di età, per struttura fisica e tecnica non si può negare che da questa squadra ci si aspetti molto. Gallinari è insieme a Nemanja Bjelica la miglior ala forte del torneo, nonché un possibile MVP, Belinelli e Bargnani sono due giocatori in grado di spostare, così come Datome, il capitano, purtroppo acciaccato, che ha appena firmato un contratto da top player con il Fenerbache, poiché il suo status in Europa è quello di stella assoluta. L’ascesa di Hackett e del classe 1992, Alessandro Gentile, sarà tuttavia necessaria per far si che questa nazionale possa fare il salto di qualità.

Il girone è iniziato stentando, ma l’abitudine a giocare le partite che contano non potrà che far bene ad un gruppo che deve semplicemente continuare a misurarsi contro avversari di altissimo livello.

L’obiettivo Quarti di Finale appare quello minimo, ma in un torneo così logorante, non si può che seguire partita per partita. Pianigiani lo sa bene, Petrucci, forse, un po’ meno.

 

Foto e video tratti dal web.

About Niccolò Costanzo

Appassionato di qualsiasi cosa che implichi una competizione, seguo principalmente calcio e pallacanestro, di cui scrivo sul sito my-basket.it. Caporedattore Sport, ma solo perché Claudio Pavesi e Filippo Antonelli sono amici e mi lasciano questo titolo!

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