Home / Architettura / L’Arch(o)star de la Fraternité

L’Arch(o)star de la Fraternité

prova
uno schizzo del Grande Arche de la Fraternité di Parigi, opera di Johann Otto von Spreckelsen (1929 – 1987)

Brand. Con questa parola, che letteralmente significa marca, ovvero una combinazione di simboli, disegni e forme capaci di identificare uno specifico prodotto al fine di differenziarlo da altri offerti dalla concorrenza, si può oggi riassumere gran parte dell’architettura contemporanea. E Brand va a braccetto con Archistar, un altro termine che indica una firma prestigiosa, una personalità autorevole e riconosciuta a livello internazionale per le proprie competenze (quali siano è però un altro discorso più complesso), capace, quindi, di interpretare nella maniera più opportuna un determinato problema, dall’aeroporto al prestigioso negozio sulla 5th avenue, proponendo qualcosa di unico e, talvolta, innovativo. Certamente l’estro creativo non si può mettere in discussione; i latini, infatti, dall’alto della loro conoscenza delle relazioni umane (che poi dopotutto non sono tanto cambiate), avrebbero detto De gustibus non est disputandum. Pertanto, in un tale contesto odierno caratterizzato da una molteplicità di linguaggi e forme, a volte completamente diversi se non contrastanti, è lecito procedere con una certa cautela nella identificazione di ciò che ha effettivamente apportato delle novità a livello architettonico, separandolo altresì dal resto, riconducibile spesso all’espressione Junkspace. Lavoro dunque complesso e certosino che meriterebbe una riflessione più ampia ed organica non affrontabile in poche righe.

Eppure qualche considerazione è possibile avanzarla, distinguendo ad esempio l’architettura in quanto progetto con valenze spaziali-urbanistiche da quelle architetture che invece potrebbero trovarsi qui come a Bilbao o a Los Angeles. Ciò non significa necessariamente che si tratti di edifici speciali, dalle soluzioni spaziali complesse, o che si attengano strettamente a rigidi schemi mentali, di difficile comprensione addirittura per chi li ha immaginati. Possono anche essere opere relativamente semplici, tradizionali se vogliamo, magari pure conservatrici, ma che inserite nel posto giusto al momento opportuno sono capaci di dare un contributo non indifferente al dibattito architettonico.

Questo è ad esempio il caso, secondo un giudizio personale, del Grande Arche de la Fraternité di Parigi, meglio e più semplicemente noto come Arche de la Défense o Grande Arche, una straordinaria (per le dimensioni) struttura a forma di cubo scavato, in vetro e marmo bianco, completata nel 1989 proprio in occasione del bicentenario di quella Rivoluzione Francese che tanto sconvolse il mondo. L’autore, Johann Otto von Spreckelsen (1929 – 1987), architetto danese dalle discrete competenze, riuscì infatti, con questa semplice proposta, pulita ed austera, ad aggiudicarsi il premio vincitore, conteso da altri 484 partecipanti.

La_Grande_Arche_de_la_Défense
una foto attuale dell’Arco

L’idea delle gerarchie politiche francesi non era in fin dei conti così complessa: individuare con un simbolo la nuova Parigi in continuità con la precedente, sede nella nuova downtown e cuore dell’economia e della finanza, nuove divinità in sostituzione dei vari Re Sole, ormai da troppo tempo caduti in disgrazia. Un ipercubo svuotato che celebrasse la nuova era in cui la Francia entrava era perfetto per gli obiettivi perseguiti: legame visivo e grande dimensione, simboli di memoria ma anche di magnificenza e potere. Il nuovo che sostituisce il vecchio, il quale resta a monito di un passato per alcuni glorioso, per altri dubbioso.

È la logica contemporanea, che non vuole più distruggere il passato per creare un uomo nuovo, abbattendo il centro cittadino per erigere imponenti grattacieli a croce, dalla dubbia utilità e dallo scarso gusto estetico, incuranti della storia di una nazione; è la logica di un grande arco di trionfo, ad imitazione del passato, ma pronto a mostrare i muscoli, che sono il progresso scientifico e la potenza delle macchine; è la pars costruens dell’attualità che, resasi conto dell’impossibilità di creare qualcosa di nuovo da ciò che le Avanguardie avevano distrutto, preferisce il compromesso, abbellendolo come meglio crede.

index2 (2)
una vista aerea di Parigi con il primo piano il Grande Arche

Potrebbe trasparire, dunque, un giudizio sostanzialmente negativo, ma così non è. Infatti, questo edificio assolve perfettamente al proprio compito di vetrina, finestra sul mondo (come è stata definita), senza la pretesa di restituire questo o quello spazio fruibile alla comunità. Non c’è la pretesa di modernizzare dei musei per poi invece trasformarli in vetrine per gioielli da collezione, e nemmeno la pretesa di influenzare l’architettura che seguirà o di insegnare quali siano i reali valori di cui tenere conto. È la vittoria dello shopping. D’altronde era proprio nei pensieri del presidente François Mitterrand, l’idea di dare nuova vita al quartiere degli affari – fino a quel momento deserto nei fine settimana – con un’attrazione in grado di calamitare centinaia di visitatori.

Si potrebbe concludere qui ma c’è dell’altro, interessante. Se infatti si guarda al passato si può scorgere un parallelo tutt’altro che scontato. A Roma, nel Sei-Settecento, quando ancora trionfava il Barocco, tante architetture nascevano a risolvere strategici punti nevralgici cittadini, proponendo dunque architetture che, fortemente integrate con il contesto, non si limitavano a commentarlo ma a plasmarlo. È il caso ad esempio della piazza di San Pietro, opera di Bernini, che completa e definisce l’aspetto della grande basilica petrina, la cui mole troneggia sulla città e le sue numerose cupole. In altre città, invece, la mancanza di un fondamentale riferimento visivo, limitò questo processo di ricerca del dettaglio, concentrando altresì l’attenzione sull’individuazione di un edificio simbolo, capace di raccogliere e presentare all’esterno i valori propri di quelle comunità. Non era il caso di Firenze, anch’essa dominata dalla gigantesca cupola di Santa Maria del Fiore, ma ad esempio di Torino e Milano, o addirittura capitali come Parigi o Madrid. Ne discende che questi luoghi hanno cercato dei propri simboli, facilmente individuabili e riconoscibili da tutti. Torino si dotò della Mole Antonelliana, Parigi della Tour Eiffel, curiosamente anch’essa espressione di quella sapienza tecnologica e potenza meccanica a cui prima si faceva cenno. E, forse, questo nuovo monumento, questa mega cornice urbana senza quadro in perfetta continuità con l’Axe historique che corre da est verso il centro cittadino, si pone in continuità con questo pensiero, ricercando un emblema disponibile al confronto con il passato, ma anche una possibile espressione della condizione attuale della società, nell’ottica di proporre qualcosa di solido e duraturo, come sono solo gli edifici-simbolo di un paese.

Una linea immaginaria giunge fino all’Arco di Trionfo, agli Champs-Élysées ed alla piramide del Louvre. Un nuovo simbolo per Parigi, capace di gareggiare con la Tour Eiffel ed in grado di mostrare ai parigini, come agli stranieri, la grandezza della Repubblica e, implicitamente, dei valori su cui l’intera società occidentale si fonda e regge: Égalité, Liberté, ma soprattutto Fraternité.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
Sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Attualmente, aiuto a coordinare Polinice, collaboro con l'Open House di Roma e coopero con lo studio Warehouse of Architecture and Research. Qui rifletto su qualche questione ed esprimo un'opinione, senza pretese.

Check Also

The importance of being Palladio

Rusticità e nobiltà: tali erano i canoni che avrebbero dovuto quindi informare la progettazione e che Palladio fuse nel segno della simmetria.