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Alla ricerca di sviluppo

Una casa discografica, al suo cuore, è un’azienda. Vende prodotti, ha una forte attenzione al marketing, ha un reparto R&D – cioè ricerca e sviluppo. Nelle pubblicazioni economiche di settore (quasi tutte a cura dell’IFPI, che poi vuol dire delle stesse case discografiche) vengono raccontate ogni anno storie interessanti, a volte più aderenti alla realtà (l’importanza di YouTube) a volte più fantasiose (la pirateria ci fa perdere soldi!). La narrativa più irritante è quella della spesa in A&R – Artist & Repertoire, l’equivalente musicale di ricerca e sviluppo. L’IFPI riporta, felice: “più di 4 miliardi di dollari spesi all’anno per A&R e marketing”, “in percentuale sui profitti, la musica investe di più in A&R di quanto le industrie farmaceutiche, elettroniche e chimiche non spendano in R&D”, “ogni anno major e indipendenti investono miliardi di dollari in nuovi artisti”.

Se questo fosse lo scenario, i criminali saremmo noi che ascoltiamo: ma come, miliardi di dollari investiti per trovare nuovi artisti e noi abbiamo il coraggio di restare aggrappati, quasi patologicamente, a quelli vecchi? Qualcosa non torna. Ad esempio il fatto che, a differenza di qualsiasi altro settore, nella musica ogni spesa fatta prima dei profitti conta come “ricerca e sviluppo”. Spese di registrazione? A&R. Spese di produzione e distribuzione? A&R. Marketing? A&R. Se usassimo questo criterio per qualsiasi altro settore i numeri sarebbero impressionanti – ricerca e sviluppo, produzione, distribuzione, marketing: sono tutte le spese di prodotto che un’azienda può avere, in pratica. Il mondo della musica ha messo su una mascherata per dirci che la morte dell’A&R è una bugia, facendo diventare tutto A&R. Prendiamo, per semplicità, vicinanza e tragicità, il caso italiano. Se consideriamo il settore R&D come la ricerca di talenti e il loro sviluppo creativo per fare un disco, senza inglobare altre spese che non c’entrano niente, le major italiane conducono il reparto A&R per fare soldi. Non per avere un ritorno positivo sugli investimenti, no, proprio per avere quel singolo reparto in attivo. Un reparto nato per spendere e basta.

Di televisione parliamo pure troppo spesso, nella rubrica di musica. Non è un caso, ovviamente. Il talent è la trasformazione dei provini in profitti immediati, sia per la discografia che per i cantanti. Usati all’inglese, cioè come aggiunta un po’ circense, che una volta ogni tanto ti donano Leona Lewis o gli One Direction, mi sembrano ottimi. Mandare talenti già scoperti in un talent per fargli avere visibilità mi sembra piuttosto problematico, invece. Succede in Inghilterra come negli USA come Italia, capiamoci: l’aspirante cantante si sente dire “sei bravo, hai talento, hai potenziale, dovresti andare a X Factor/Amici”. Detto da amici e famiglia ha senso; da produttori molto meno. Momento, produttori? Già, ecco l’altro arcano del music business: per poter arrivare ad un talent scout, devi passare da un produttore. I talent scout non fanno scouting. Non perché siano cattivi, ma perché il famoso budget di ricerca e sviluppo non esiste.

Siamo arrivati all’impossibilità, da parte di un talent scout, di prendere un rischio. Se non c’è un produttore esterno che si impegna a collaborare, il progetto Nuovo Artista è rischioso. Se non c’è un ritorno di pubblico precedente, organico o televisivo, il progetto Nuovo Artista non si fa. Raccontiamo una case history: Baby K. Il singolo italiano più ascoltato dell’anno è il suo (Roma-Bangkok, in collaborazione con Giusy Ferreri a cui anni fa la Sony disse “ci piaci ma non sappiamo cosa proporti, prova a partecipare a X Factor”). Baby K pubblica per volontà di Tiziano Ferro, che ha scoperto una ragazza promettente e ha pressoché imposto l’esistenza discografica di Baby K, vedendo in lei un taglio internazionale assente nel panorama italiano. Nel 2013 esce per Sony Killer, il primo singolo – duetto tra Baby K e Tiziano Ferro. Non una Nicki Minaj, ma comunque un personaggio interessante, aggressivo, dal sound efficace. In questo periodo, il direttore A&R della Sony dice di lei: “è una cosa che ha voluto fare Tiziano, non siamo molto convinti, secondo me ci si è esposto pure troppo. Vabbè, abbiamo fatto questo disco, ora vediamo cosa succede”.

I miliardi di dollari spesi in ricerca e sviluppo si traducono in un dilettantismo strategico, proprio non solo del mondo major (con la parziale eccezione di Warner, che in Italia mostra un atteggiamento più coraggioso) ma che ha contagiato anche le indie. Se vuoi far ripartire un’azienda, devi sviluppare un prodotto. Per far ripartire la musica serve la novità, e questa mi sembra una considerazione banale. La novità, però, va ricercata e sviluppata: una volta trovato il cantante su cui puntare, la casa discografica deve tornare ad essere presenza attiva nel percorso creativo. Proprio perché per anni si è detto che la musica è un prodotto e la discografia un’industria, proviamo a ragionare come grandi aziende, senza improvvisazioni.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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