Home / Musica / La critica musicale non è mai nata
critica msucale

La critica musicale non è mai nata

Vi diranno che non c’è più la musica di una volta: non è vero. Siamo in un’epoca d’oro per accessibilità di contenuto e per qualità di quanto è accessibile. Non c’è più, invece, o forse non c’è mai stata, la critica musicale. Si parla e si scrive di musica senza sosta, giudicando, scambiando, consigliando, cercando nei casi migliori di fare sociologia del costume per analizzare fenomeni più o meno pop, ma non si fa critica.

Che cosa vuol dire fare critica? Ragioniamo per sottrazione, guardando cosa c’è in giro. Gran parte del contenuto musicale si basa sulla raccomandazione – nel senso, questa canzone è bella e dovresti ascoltarla. L’opposto, cioè questa canzone è brutta e non dovresti ascoltarla, vive in un mondo diverso. Il consiglio è una componente fondamentale del nostro rapporto con la musica ed è una forza insostituibile nella socialità. Diventa, molto facilmente, recensione – il confine tenue tra professionisti e amatori, tra blogger e giornalisti. Penso di aver scritto e pubblicato, in vario formato, più di cinquecento recensioni nella mia vita. Spesso scrivendo si cerca di dare importanza alle parole, ma il 99,9% delle recensioni di dischi è uno spreco di bit (o di carta, per chi stampa). La recensione è o troppo condensata per essere intelligente, o troppo prolissa e priva di filtro; o è una raccomandazione all’ascolto pura e semplice, o una marchetta; o descrive le canzoni per filo e per segno, o è un vaneggiamento di ricordi e sensazioni utile solo a chi scrive.

E poi, il fascino del numero, del voto: lo confesso, ne sono preda. L’idea di un’enciclopedia delle stellette, un Mereghetti per audiofili, mi tiene sveglio la notte. Soprattutto perché la cosa che più gli si avvicina è la mastodontica opera di Piero Scaruffi, che consiste fondamentalmente in un tirare numeri a caso e scrivere minirecensioni telegrafiche per giustificare il voto prodotto dal dado di Dungeons & Dragons. L’ipotetica onnipotenza dell’arbiter, dell’influencer, del resident expert riassunta in un file excel che dica: tutto ciò che è sopra il 6 ascoltalo, e consegna il resto all’oblio. Un sogno egoista che cullo molto volentieri, ma che ci allontana dal problema della critica. Il mondo dell’arte ha accettato che la critica abbandonasse un ruolo pericoloso, cioè appunto il giudizio della bellezza dell’opera. Pericoloso perché anni di critici “impegnati”, protagonisti di movimenti artistici ancor prima che giudici, ci hanno dato prova della volubilità del buon gusto. Nel piccolo della musica rock, lo abbiamo visto con l’attenzione spostata di quinquennio a quinquennio tra Black Sabbath e Led Zeppelin a seconda di quale delle due band veniva saccheggiata di più dai giovani.

Non ci interessa poi ai fini della critica tutto quello scrivere che prende musica e musicisti come pretesto per parlare di altro. Una copertina di un disco può essere lo spunto per parlare di sessismo nella società attuale, e chi solleva temi difficili online va sempre apprezzato, ma di nuovo ci allontana dall’obiettivo, e in realtà ci allontana dalla musica stessa – soprattutto in un periodo in cui abbiamo costretto i cantanti a parlare di qualsiasi argomento, chiedendo a Ja Rule di commentare l’attacco alle Torri Gemelle, a Taylor Swift il sessismo nella vita di tutti i giorni, a Povia i matrimoni gay e così via.

Certo, forse non si può analizzare un disco come un quadro da un punto di vista tecnico – il quadro dopotutto è una somma di immagini comprensibili, mentre la musica non può essere descritta con altrettanta efficacia. E forse il confine inesistente tra musica come ricerca artistica e musica come prodotto di consumo serializzato e centrocommercializzato rende impossibile un’analisi compiuta di un album o di una canzone, al punto che parlare di musica diventa esponenzialmente più facile se si parte dall’assunto che la musica non è arte.

La critica musicale colta è impantanata su temi vecchi. Si parla di morte dell’autore, di postmodernismo, di necessità o intralcio delle nozioni tecniche, del focus sull’originale, sulla riproduzione o sulla performance. Non c’è una coscienza – questa sì, diffusa in modo stabile nel mondo dell’arte – di quale debba essere il ruolo della critica. Non è giudizio, non è enciclopedia né cronaca, e neanche sociologia. Non è neanche un’analisi economico-creativo-strutturale come quelle che leggete quando scrivo qui. Se siamo circondati da impulsi e stimoli, la critica deve essere uno stop, un passo indietro di fronte all’ascolto. Il ruolo del critico è permettere a chi legge di cambiare opinione su un’opera – non perché prima la considerava bella e ora brutta, ma perché prima non sapeva perché la considerava bella o brutta.

Anche con questo approccio, è facile scadere nella banalità. La formazione classica porta a giustificare il gradimento con il dato tecnico, quella letteraria (e cantautoriale) parla di testi e messaggi, la critica rock parla di sensazioni. Nessuno che si chieda: qual è l’idea dietro la creazione? Quale teoria della bellezza sta creando il musicista? Certo, questo significa distruggere il sogno della musica come atto istintivo, come nascita spontanea – ma insomma, è una fantasia da cui si può anche crescere. Questa perdita dell’innocenza, nel discorso musicale, si concretizzerà. Intanto possiamo apprezzare le migliori voci delle nostre generazioni, da Simon Reynolds ad Alex Ross, passando per Joanna Demers e Alan Walker e altri nomi in cui ci si imbatte cliccando e sfogliando: bastano anche versioni imperfette di un ideale.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

Check Also

eurovision

Il tesoro dell’Eurovision

Dal momento che l’Italia all’Eurovision fa brutte figure dal 1990 (vinse Toto Cutugno a Zagabria), ...