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La prima TATE Modern di Herzog & de Meuron

Gli ultimi cinque anni del ‘900 rappresentano, in quanto momento di passaggio, una fase importante della nostra cultura recente. Furono gli anni in cui si capì finalmente che stava giungendo il momento per una nuova e quanto mai incerta fase. Intorno al 2000 anche il mondo dell’architettura stava ormai facendo i conti con quanto il secolo in conclusione aveva prodotto, attraverso stravolgimenti sociali, culturali ed economici. Stava cambiando il modo di fare l’architettura, i computer rendevano ormai possibili sperimentazioni e risultati difficilmente raggiungibili in precedenza. Il millennium bug, che oggi probabilmente fa sorridere, era invece un timore importante, in quanto in esso si concretizzava (in modo paradossalmente virtuale) la paura per qualcosa che si sarebbe stati costretti governare, seppure con strumenti non ancora del tutto familiari. L’architettura del periodo non era dunque estranea a questa condizione di inquietudine: era più che mai valido il sentimento che giustificava il tentativo, ad ogni costo, dell’affermazione della personalità dell’architetto a discapito del progetto stesso.

Ma si iniziava anche a ricercare una nuova linea d’azione condivisa con la quale affrontare i grandi temi della progettazione. Tra questi, quello dei musei costituisce uno degli emblemi della architettura della fine del XX secolo. Nacque allora (o piuttosto, si tornò a scenari già vissuti qualche secolo prima) una sorta di gara per avere musei sempre più grandi, capienti ed iconici. La TATE Modern di Londra rappresenta proprio questa volontà, ma con delle particolarità che ne fanno un modello nell’architettura degli ultimi anni.

TateModern

Quando la TATE decise di ampliare la propria area espositiva, dedicando una nuova sistemazione alle collezioni di arte moderna e contemporanea, venne scelta una vecchia centrale elettrica da recuperare e riconvertire in museo. Fu già questa una scelta significativa, in quanto si escluse la necessità di costruire un nuovo edificio, riconoscendo nella possibilità dell’ottimizzazione delle risorse il principio per un modo corretto di intendere l’architettura degli anni a venire. A tale proposito, sarebbe utile riflettere su come questo atteggiamento non sia mai stato metabolizzato completamente, tanto nella cultura architettonica quanto nella sua pratica; ci sono voluti parecchi anni (e molti errori) per ammettere quanto un modello di espansione illimitato, basato sulla demolizione dell’esistente a discapito del nuovo, fosse profondamente deleterio, seppure coerente con lo spirito capitalista dei nostri anni.

Si scelse quindi la centrale elettrica di Bankside, costruita tra il 1947 e il 1963 da Sir Giles Gilbert Scott e ormai in disuso da più di venti anni. Gli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron vinsero nel 1995 il concorso per l’ampliamento, che venne aperto al pubblico nel maggio del 2000. Il progetto vincitore non rappresentava solo una risposta alle necessità di fruizione che il nuovo museo doveva garantire, ma costituiva il completamento di un’architettura ritenuta potenzialmente ancora valida, seppure utilizzata per attività diverse rispetto alle originali. All’esterno, l’austero volume caratterizzato dalla monomatericità dei mattoni scuri fu modificato solo con le addizioni ai lati della ciminiera e con la creazione dell’accesso per il pubblico sul fianco ovest. In sostanza si è ripristinata l’immagine originale dell’edificio senza modifiche evidenti. Ma a tale rigorosa conservazione, si contrappone la sopraelevazione dei nuovi piani, che attraverso l’utilizzo del vetro opaco quale unico materiale (già utilizzato peraltro nella famosa Galleria Goetz a Monaco di Baviera), costituisce un lungo parallelepipedo, asimmetrico rispetto all’asse centrale rimarcato dalla ciminiera: la posizione eccentrica di questa nuova porzione monodirezionata, rafforza la contrapposizione tra esistente e nuovo, condizione altrimenti impossibile da raggiungere.

Se all’esterno il dualismo del progetto trova nell’equilibrio la chiave con cui leggere l’intervento di Herzog & de Meuron, all’interno la condizione cambia sensibilmente. L’accesso avviene attraverso la ex sala delle turbine, una sorta di ambiente basilicale largo 23 metri e profondo 155. Al suo interno erano posizionate le grandi macchine per la produzione di energia elettrica, mentre oggi un gigantesco piano inclinato costituisce il centro del museo. La nuova sistemazione diventa allora la vera protagonista di questo enorme spazio, mentre i muri della centrale ne costituiscono lo sfondo, dietro le ossature metalliche della struttura. In questo modo viene gerarchizzata la stratificazione del museo: il vecchio edificio rimane al di fuori, mentre dentro la logica deve essere quella della risposta alle sue necessità attraverso la piena progettazione del nuovo.

Photo © Marcus Leith, Tate Photography
Photo © Marcus Leith, Tate Photography

Anche all’interno, il materiale scelto è lo stesso vetro che abbiamo visto fuori. In vetro sono le balconate che si affacciano sulla sala delle turbine, e dalle quali il pubblico può guardare le installazioni, rappresentandone allo stesso tempo lo scenario in movimento. Ma superato l’arrivo, il museo lascia il posto all’esposizione: le sale interne sono ambienti che non cercano la competizione tra contenitore e contenuto cui spesso (purtroppo) assistiamo. Evidentemente a tale condizione è riconducibile il successo che la TATE Modern registra ogni anno: sono cinque milioni le persone che ogni anno visitano il museo, ben oltre i due previsti in fase di costruzione.

Per questo motivo si sta provvedendo alla realizzazione di un ulteriore ampliamento, sempre ad opera di Herzog & de Meuron. Ma se il progetto degli anni ’90 ci sembra un passaggio fondamentale nella storia della recente architettura, per le complessità di rapporti, recupero e completamento che abbiamo analizzato, lo stesso non si può dire per la nuova addizione, che si attesta sulle vecchie cisterne della centrale, ovvero sulla facciata opposta a quella sul fiume. La forma della nuova torre, per come la possiamo vedere nelle immagini di progetto sembra l’ennesimo oggetto, sicuramente ben disegnato, ma poco proporzionato e quindi inefficace nella relazione con la centrale, rinnegando paradossalmente l’atteggiamento precedente. Sebbene il materiale scelto sia lo stesso mattone scuro, in questo caso il suo utilizzo su una forma così complessa, lo identifica immediatamente come rivestimento e non come struttura, relegando tale immagine ad una citazione troppo debole per poter essere efficace.

TATE

Una volta completato l’ampliamento, capiremo se i timori sono fondati o meno. Finora la centrale elettrica di Bankside ha ritrovato nuova vita grazie alla sua nuova funzione e alla giusta valorizzazione del proprio carattere originario: un atteggiamento da “fine secolo” che stiamo apparentemente perdendo e che invece dovremmo imparare ad avere ancora.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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