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In fuga dai nostri sensi: la musica e l’astrattismo

Quando Vasiliy Kandinsky – stravolto dall’abilità di Monet, Signac e Derain di manipolare la realtà rendendola irriconoscibile – concepisce la sua idea di un’arte metafisica e selvaggia, si trova privo di un appiglio teorico tra le scuole pittoriche. Legge “La dottrina segreta” di Helena Blavatsky, in cui si afferma che l’universo parte da un punto per svilupparsi in figure geometriche concatenate; ma soprattutto si rivolge al suo primo amore, cioè la sinfonia, chiamandola “l’insegnante definitivo”. Kandinsky trova nella composizione ciò che cerca nell’arte: la capacità di slegarsi dal reale per costruire idee spirituali che rimangano impresse nella mente come concetti, e non come immagini.
La musica colta occidentale è, in un senso, astratta di per sé. L’essere umano basa la maggior parte della propria esperienza razionale sulla vista, e concentra quella affettiva sul tatto. L’ascolto, svincolato dalla lotta per la sopravvivenza, ci coglie impreparati nel momento in cui entra al centro dei nostri sensi, sbilanciandoci. La confusione di chi (compreso Nietzsche che è uno dei grandi teorici della musica ottocenteschi, e lo stesso Kandinsky) ascolta per la prima volta l’esecuzione di una composizione di Wagner è totale: il nostro corpo si chiede come processare l’enorme quantità di impulsi che riceve. Trasformarli in immagini e riportarli all’ordine, o abbandonarsi al caos?

L’idea di astratto è talmente radicata nella musica che, quando Pierre Schaeffer abbandona gli strumenti e gli spartiti per fare musica combinando registrazioni di voci, oggetti, strumenti elettronici e ambienti, chiama la sua teoria “musica concreta”. “Invece di scrivere su carta idee musicali con i simboli del solfeggio”, afferma Schaeffer, “affidandosi a strumenti noti per la loro realizzazione, l’obiettivo è raccogliere suoni concreti, provenienti da qualsiasi fonte, e astrarre i valori musicali che potenzialmente contengono”.

Eppure la musica soffre nel suo rapporto con l’astratto. Eduard Hanslick (autore di uno dei primi e più compiuti trattati di estetica della musica, “Del Bello musicale”, nel 1854) lotta per una vita contro Wagner, Bruckner, Tchaikovsky – sostenendo un futuro della musica come arte pura e assoluta, suono e nient’altro. Curiosamente Hanslick nella sua carriera da critico sceglie spesso di esprimersi mescolando i sensi, in modo sinestetico – del concerto per violino op. 35 di Tchaikovsky dice che “è puzza per le orecchie”. Hanslick detestava Wagner, che messo di fronte alla Nona di Beethoven pensa: “Là dove la musica si ferma, arriva la parola…la parola è più in alto della nota”. Wagner, che pure come detto sopra è un’influenza radicale sull’astrattismo, abbraccia il concreto con forza, al punto da rigettare l’idea di musica come arte assoluta, libera dal legame con il significato verbale.

Il testo legato ad una musica è l’ostacolo principale all’astrattismo. Fissa il significato, costruisce immagini, stimola la parte rassicurante del nostro cervello. Anzi: i testi più efficaci sono quelli iperconcreti, che lasciano da parte espressioni vaghe e universali (“Io mi sento bella come mai/come questo sole che ci illumina/Amami come la terra, la piogga d’estate/amami come se fossi la luce di un faro nel mare/amami senza un domani, senza farsi del male”) per portare in vita piccoli dettagli di esistenza (“Dipinsi l’anima su tela anonima/e mescolai la vodka con l’acqua tonica/poi pranzai tardi all’ora della cena/mi rivolsi al libro come a una persona”). La prima citazione è di Emma (senza nulla togliere, per carità), la seconda di Franco Califano, giusto per capirci.

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La poesia (e quindi il testo di una canzone) vive di concretezza, di scorci memorabili. Anche nelle avanguardie più ardite, al centro finisce il simbolismo, cioè un sistema di significati intrecciati tra immagini e concetti – basti pensare alle teorie sull’esistenza che Dylan Thomas propone nel suo stile denso e dirompente. Immagismo (pensate a Ezra Pound) e Oggettivismo (il cui nome più noto è Charles Reznikoff) trovano sì una forma di astrattismo nel linguaggio e nelle strutture, ma la usano per poter tornare a guardare il reale con una consapevolezza nuova. I lavori di Louis Zukofsky (vicino agli oggettivisti e più noto del movimento stesso), Roy Campbell e William Carlos Williams, concentrati sulla forma e l’imprevedibilità delle immagini senza un collegamento diretto con l’osservazione, ci dicono che la parola resiste con tutta la sua forza alla spinta verso l’astratto.

La musica che parla è condannata alla realtà (anche quando racconta la fantasia) per essere efficace. La musica che Hanslick definisce pura, invece, ha vissuto negli ultimi ottant’anni una fuga dal reale senza precedenti. Grazie soprattutto alla spinta iniziale di Schaeffer e Stockhausen (e, ancora prima, di Schoenberg e Webern), sono state sviluppate teorie di musica in grado di esistere senza melodia, armonia, metro e ritmo nel senso tradizionale di questi termini. Compositori nei mondi dell’elettroacustica, del minimalismo (e del cugino ribelle che si chiama totalismo), del serialismo e della musica stocastica lo hanno fatto con una consapevolezza piena, ma le elaborazioni più istintive e carnali che esistono nel free jazz, nel black metal di frontiera e nella musica noise contemporanea sono la testimonianza di una creatività diffusa, di una ricerca che punta al “di più” e all’”oltre”. Manca, forse, l’ambizione spirituale di Kandinsky. Ma essere sbigottiti da musica che non sembra nemmeno umana è un’esperienza artistica senza uguali.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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