Home / Playground / Cultura pop, il prezzemolo degli anni ’10
cultura pop

Cultura pop, il prezzemolo degli anni ’10

In anni recenti c’è stata un’enorme diffusione di riviste online che concludono l’elenco degli argomenti di cui trattano con l’elusiva dicitura “cultura pop”. Più che il grande successo del termine e del complesso di oggetti culturali cui con esso generalmente ci si riferisce (che del resto sono popolari per definizione) mi incuriosisce il fatto che questa “cultura pop” venga associata ora allo sport, ora alla cucina, e in generale a qualsiasi altro argomento vi possa saltare in mente.
Volendo si potrebbe parlare di una sorta di globalizzazione dell’intrattenimento, di una rottura dei confini tra i vari campi di interesse che si associano alla popolazione venti-trentenne che è il target principale di questa forma di giornalismo nerd, ed è interessante pensare a cosa si guadagna e cosa si perde da questa confluenza di quelle che un tempo erano nicchie in un calderone che se non vogliamo definire strettamente mainstrem, comunque sta diventando il panorama culturale di riferimento per una fascia crescente di pubblico.

Partendo dagli aspetti positivi non c’è dubbio che il gap tra l’ossessività dello zoccolo duro e la superficialità dei mass media nel trattare argomenti come i videogiochi o la musica indipendente andava colmato, e questa nouvelle vague editoriale è sicuramente riuscita a fornire un appiglio alla vasta maggioranza di persone che a livello di interesse verso questo o quel campo popculturale si piazzavano in questa terra di nessuno una volta sterminata.
Secondo una concezione derivata dalla cultura borghese che fu, l’esperto, il critico, deve essere una persona che respira e si nutre dell’oggetto delle sue dissertazioni. Il fascino e l’influenza dei critici d’arte di cinema o di quello che sia sono da lungo tempo sbiaditi, ma l’idea di cosa un critico debba essere e di quale tipo di rapporto con l’oggetto della sua critica debba avere persisteva. A quanto pare però, siamo arrivati al punto in cui più che fidarsi dello studioso indefesso, il consumatore mediatico comune preferisce rivolgersi ad una figura che sia più vicina al suo approccio onnivoro e relativamente superficiale, e per quanto ci si possa lamentare della perdita di approfondimento cui questo tipo di prospettiva a volte porta, è indubbio che trattare certi prodotti e le relative sottoculture in termini più colloquiali ha fatto molto più per lo sdoganamento di questi ultimi di quanto hanno potuto decenni di tentativi di vendere la mistica del videogioco e del fumetto all’uomo della strada.

Un altro aspetto positivo di questo minestrone culturale che sta sobbollendo, è che l’approccio leggero e onnicomprensivo che porta ha fatto molto per sciacquare via l’alone di inaccessibilità e marginalità che circondava alcuni prodotti situati ad una certa profondità in quello che con termine anglosassone possiamo definire left-field. Per quanto ci si possa lamentare della perdita di mistero e “pericolosità” che questo ha portato ad alcuni campi (i survival horror, l’hip hop più violento), credo che i prodotti migliori di questi campi continuino a conservare l’aura che li aveva resi dei classici in origine, e la loro diffusione sta portando un’ondata di creatività tra i nuovi discepoli nativi dell’era di internet che garantisce la prosecuzione della stirpe molto più della conservazione museale delle vecchie glorie.

Passando a quello che va perso, la forza dell’identità settaria di certe sottoculture è un qualcosa che inevitabilmente si va annacquando, man mano che queste ultime penetrano nel tessuto della cultura mainstream. Tuttavia, penso che sia inevitabile che in transizioni di questo tipo qualcosa vada perduto; concentrarsi su questo aspetto dello scambio è un atteggiamento che non mancherà mai di rumorosi propugnatori e non c’è pericolo che la questione passi inosservata, che si tratti dei videogiochi che sono diventati troppo facili o dei film, che ormai li fanno tutti col green screen.

Nel complesso credo che il fenomeno sia al netto positivo, e che per quanto affascinante da analizzare e discutere, sia fruttuosamente gestito dalle dinamiche di domanda e offerta culturale che l’era dell’informazione globale è riuscita ad instaurare.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...