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Sicario di Denis Villeneuve

Dopo aver visto ed apprezzato il suo film del 2013, Prisoners, mi ero segnato il nome del regista canadese Denis Villeneuve sulla mia agendina mentale a caratteri cubitali. Prisoners era un thriller per certi versi vecchio stampo ma dall’impatto poderoso, e girato con un’eleganza difficile da rinvenire nella maggior parte dei prodotti americani comparabili.
Dopo il deludente Enemy, in cui Villeneuve rinnovava la collaborazione con Jake Gyllenhaal, l’attesa per il nuovo Sicario, presentato a Cannes quest’anno, era decisamente alta. Trattasi di una specie di spy movie militaresco, che dipinge la zona di confine tra Stati Uniti e Messico come un vero e proprio teatro di guerra, dove le fazioni in lotta sono difficili da distinguere e a volte pericolosamente mescolate.
Al centro di queste turbolenze si trova Kate Macer, una novizia dell’FBI intenzionata a spingersi al di là dei raid fini a se stessi cui è stata fin’ora relegata, ma che si troverà presto a fare i conti con una situazione in cui è difficile anche solo capire le intenzioni delle persone che pensava facessero parte della sua squadra.
Lo stato di disorientamento etico che il film vuole dipingere diventa ben presto il tratto più pronunciato dell’intera pellicola, col risultato che la sceneggiatura prende qualche scorciatoia di troppo nello spiegare le vicende a cui assistiamo. Questa mancanza di definizione, unita alla generale lentezza nello svolgersi degli eventi rende Sicario estremamente ponderoso e, per così dire, di lenta digestione.
La cosa non sarebbe un problema se Villeneuve riuscisse a caratterizzare l’ambientazione in maniera visivamente coinvolgente, ma il look che ci viene presentato è, con poche eccezioni, estremamente naturalistico e scarno. In questa maniera Sicario finisce col trovarsi a metà tra una pellicola dal retrogusto giornalistico sullo stile di quelle di Paul Greengrass o dell’ultima Kathryn Bigelow, e un qualcosa di più noir e psicologico, in linea coi precedenti lavori di Villeneuve stesso. La commistione, se così vogliamo chiamarla, non è delle più felici.
La questione dell’immigrazione messicana, del traffico di droga e persone che martoria il confine, non è affrontata con un livello di dettaglio che lasci pensare che la cosa sia di per sè oggetto dell’interesse del cineasta, ma alla stessa maniera il travaglio morale del personaggio di Emily Blunt, o la sete di vendetta di Benicio Del Toro pur “occupando spazio” non sembrano mai rappresentare il fulcro di Sicario ad un livello tale da poter essere visti come l’impalcatura del film, che finisce col risultare una specie di affresco dalle grandi ambizioni, ma in larga parte fuori fuoco.
Tutto l’edificio poi collassa nel finale con le lunghissime sequenze del raid del tunnel sotterraneo e dell’intrusione di Del Toro nella casa del boss che, pur essendo forse i momenti visivamente più interessanti del film, sembrano presi di peso, rispettivamente, da un Ghost Recon e da uno Splinter Cell a caso, e si incastrano nel film con la stessa grazia che questo parallelo lascia supporre.
In definitiva Sicario è un altro passo falso, e a questo punto non posso che ridimensionare le mie aspettative per i futuri lavori di Villeneuve. So che la cosa gli spezzerà il cuore ma Denis sà che basta poco per rientrare nelle mie grazie, e non dubito che sia già al lavoro per riguadaganre il terreno perduto.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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