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Gli aborigeni che sognano l’America

World music è una definizione antipatica, che applica a tutto ciò che non è occidentale l’idea di esotico. Trattare le tradizioni musicali di interi continenti come se fossimo la Compagnia delle Indie alle prese con le tribù dei selvaggi è uno scivolone, tollerabile al massimo come strategia di marketing. Non consideriamo Olanda e Francia come una cosa sola, a livello culturale, e allo stesso modo non dovremmo parlare di “musica africana”. Il discorso diventa particolarmente spinoso quando si parla di gruppi etnici con storie travagliate.

La musica degli indigeni australiani – una popolazione con una storia di 40,000 anni – è un manifesto culturale. Non solo per gli strumenti (il didgeridoo, un cono di eucalipto lungo un metro e mezzo, è il più famoso): pitture tribali, danze, testi che raccontano storie mitiche, del mondo dei sogni. Le canzoni dei clan raccontano la storia e le cerimonie del popolo aborigeno. Però, così come l’Africa non è la terra dei safari e dei villaggi, ma è una somma di metropoli occidentalizzate, allo stesso modo in Australia la popolazione aborigena, con enormi difficoltà, è entrata nella vita “bianca” del paese. E sarebbe sciocco immaginare che chi di giorno lavora in ufficio, di sera indossi un costume tribale.

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Gli aborigeni, molto più delle tribù di Nativi Americani (giusto per fare un esempio che non si allontani troppo), hanno una coscienza del loro ruolo nella società australiana, e soprattutto del ruolo che è loro negato. L’integrazione degli indigeni procede a strappi – curiosamente, anche per la grande opera di Tony Abbott, che poi da primo ministro è passato a politiche razziste sia verso gli immigrati che verso i gruppi svantaggiati. E non c’è spazio per la musica tradizionale, se non per interesse folkloristico, quasi museale: ricostruzioni accurate e scolastiche di una vita che ancora esiste, lontana da Melbourne, Sydney e Perth. Il patrimonio culturale degli aborigeni non parla ai giovani nelle città – come è logico che sia.

D’altronde un ragazzo pugliese a Roma pensa prima alla taranta o all’hip hop? E come lui i senegalesi e i marocchini in Francia, o in Italia persino chi viene dai Balcani. Anche gli aborigeni hanno una scuola hip hop in cui vengono portate avanti istanze politiche e sociali – il rap è, d’altronde, uno dei linguaggi universali dei gruppi emarginati. Ma il rap indigeno in Australia è un fenomeno di nicchia rispetto alla vera voce del disagio aborigeno: la country. La stessa musica che negli Stati Uniti è attorcigliata su se stessa in un caos di sessismo, razzismo e product placement vive in Australia per raccontare la storia di uno dei popoli più antichi del pianeta.

Buried Country: The Story of Aboriginal Country Music è un reportage completo, scritto da Clinton Walker e uscito quest’anno in un’edizione aggiornata a quindici anni dalla prima stampa – è anche un documentario, a cura di Andy Nehl, ma l’edizione cartacea ha una forza descrittiva che non può essere trasmessa in video. Racconta sessant’anni di country unica e nascosta a chi, dall’altra parte del mondo, non può toccare con mano la forza della storia aborigena. Questa tradizione che dalle profondità degli Stati Uniti più paludosi arriva ai deserti australiani senza perdere forma e linguaggio è meno sorprendente di quanto sembri. La country australiana nasce in parte dalla “generazione rubata” – i bambini aborigeni strappati dal governo alle loro famiglie per essere cresciuti nella società occidentale – e in parte da una genuina ribellione verso le tradizioni dei padri. In senso collettivo, sgorga dalla necessità di raccontare il problema aborigeno non a se stessi, ma a chi è disposto ad ascoltare. Il deserto australiano rimane intatto, selvaggio, nemmeno sfiorato dall’urbanizzazione. E dentro le città c’è chi porta il deserto e lo rende suo, per raccontarlo al mondo. Imitando gli Americani? Forse, ma più che altro rimanendo aggrappati alle radici di condivisione, racconto e misticismo proprie della country. L’integrazione, in fondo, si fa anche così, preservando isole di tradizione ma parlando con il linguaggio di chi ascolta.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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