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Suburra di Stefano Sollima

Avvertenza: sono entrato in sala per vedere Suburra certo di andare incontro ad un film terribile, perfetto esponente dell’italietta cinematografica che ci ritroviamo al giorno d’oggi, e le mie aspettative sono state interamente confermate. Mi si potrebbe obiettare che il povero Suburra non ha mai avuto una chance di piacermi, e che quanto seguirà su questa pagina sarà solo la concretizzazione del mio pregiudizio. Chiaramente non posso essere io il giudice di quanto l’accusa che mi sto autorivolgendo sia fondata (se lo fossi, mi scagionerei), e quindi mi sembrava giusto sollevare la questione per trasparenza e lasciare al lettore l’ultima parola.

Suburra è un affresco della situazione di compenetrazione tra ambienti del malaffare, quando non proprio della criminalità organizzata, e centri del potere politico, e pur essendo tratto da un libro che, mi dicono, è stato scritto prima che le inchieste su mafia capitale venissero alla luce, si può dire che sia una resa romanzata del tipo di vicende che hanno portato ad indagini ed arresti.
L’autore del romanzo e della sceneggiatura è Giancarlo De Cataldo, magistrato/romanziere già notissimo per altri lavori letterario-cinematografici come Romanzo Criminale, di cui in un certo senso Suburra si presenta come un sequel -temporale, ma anche spirituale- tanto che è già stata commissionata una serie TV sull’argomento.

De Cataldo era presente in sala alla proiezione (pubblica) a cui sono andato e, in preda ad un impulso irrefrenabile, ha voluto brevemente introdurre il film vantandosi della prescienza con cui aveva composto la sua opera prima che i giornali fossero tappezzati delle notizie su mafia capitale, e sottolineando quindi che la “stringente attualità” che caratterizzava il film non era nemmeno strettamente ricercata.
Prendiamo dunque spunto da queste affermazioni per cominciare il nostro discorso, precisando che se prendere il manuale degli stereotipi del film di crimine e calarlo in un ambiente che titilla l’attenzione del pubblico vuol dire “essere d’attualità”, i commenti di Enzo Salvi alla vicenda di Marino fanno der Cipolla un novello Senofonte. Suburra non dice assolutamente nulla di coerente sulle vicende giudiziarie, ed è un’ammucchiata di suggestioni di grido e di metafore sottili quanto la vita di Giampiero Galeazzi: la pioggia costante che sommerge la capitale, il clero corrotto, gli zingari mafiosetti, gli ex-NAR, sono tutti elementi narrativi usati con la stessa sofisticazione con cui il videogioco fantasy medio usa nani, elfi e la minaccia dello stregone delle montagne. Di principio la cosa non squalifica Suburra come film, ma per favore non mi si venga a dire che la pellicola riveste una qualsiasi rilevanza extracinematografica.

Quello che squalifica il film, purtroppo, è tutto il resto, ma per sport voglio partire dagli aspetti positivi. Suburra non è noioso, e il personaggio del boss Rom è genuinamente e potentemente sgradevole. Da questa constatazione parte la principale e, per quanto mi riguarda, più grave accusa nei riguardi del film, ossia la sua completa mancanza di impatto. Suburra si sforza moltissimo di dipingere un affresco a tinte forti, e abbondano scene di violenza (fisica e/o psicologica), sesso, grettezza varia ed eventuale. Con l’eccezione di alcuni passaggi col personaggio di cui sopra, tutto questo sforzo si risolve in un nulla di fatto di fotografia simil-espressionista, dialoghi retorici, attori scalmanati e generale mancanza di mordente. Questo è un problema che nel cinema italiano contemporaneo è endemico, vista la completa assenza di registi in grado di prendere a pugni in faccia lo spettatore, ma quando si tratta dell’ennesima cronaca familiare o crisi di mezza età il problema è meno pronunciato. Suburra è un film che vorrebbe disperatamente fare impressione, lasciare il pubblico scioccato, ma raggiunge in più di due ore lo stesso livello di intensità del video di We found love, con una colonna sonora nel complesso inferiore.

In un certo senso è penoso quanto sia evidente lo iato tra le intenzioni del cineasta e il risultato su schermo, così legnoso e artificiale. Probabilmente le aspirazioni, la visione, non sarebbero censurabili, e Suburra è più intensamente mediocre che completamente terribile. Questo “salva” in un certo senso il film che stiamo prendendo in considerazione oggi, ma è un sintomo oltremodo deprimente se realizziamo quanto sia caratteristico di un’industria ormai affogata nell’acqua di rose, che non si rende nemmeno conto di quanto simile a una recita di bambini risulti qualsiasi lavoro che si spinga fuori della comfort zone del dramma familiare.

Altri appunti che potrei fare diventano quasi irrilevanti di fronte a questa constatazione generale: la necessità di buttare nel calderone cose a caso tipo le dimissioni del papa, e la generale incapacità di fare economia dramamatica, le punchline pensate per gli status di Facebook dei quattrodicenni, la fotografia da video musicale uzbeko, le faccette di Germano, Favino che piscia dal balcone. Tutte piccole ingenuità che sarebbero scomparse se avessi trattenuto il respiro mezza volta, se mi fossi beccato un diretto sul diaframma in un qualsiasi momento del film.
L’applauso a fine proiezione dopo che larghe fette di pubblico avevano riso su scene apertamente drammatiche mi ha magnottescamante spinto verso un’iscrizione ai terroristi, e la mia reazione nell’immediato è stata più irosa di quanto un film moscio e deprimente come Suburra si sarebbe meritato, ma resta il fatto che se questo è il fiore all’occhiello del cinema italiano sarebbe meglio attaccare l’intera industria alla canna del gas e premere a fondo l’acceleratore.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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