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Non toglietevi le cuffie

Non amo Spotify. So di non essere l’unico – ai musicisti non piace perché paga poco, ad esempio. Ma il mio problema è molto più pratico: Spotify come programma per computer è brutto, poco funzionale, organizzato male. Alcune scelte grafiche e di interfaccia sono prive di senso. Alcune operazioni quotidiane richiedono passaggi lunghi. Però uso Spotify, e non i suoi competitor, che pure non sono pochi – da Rdio a Tim Music, passando per Apple, Google, Deezer e il floppone Tidal. Su Spotify c’è la maggioranza degli utenti? Poco importa: non prendetevela, ma la colonna in cui scorre l’attività di ascolto dei miei amici non ha molta utilità per me. E non ci sono neanche grosse differenze di catalogo tra l’uno e l’altro servizio – ok, qualcuno ha Taylor Swift e Thom Yorke, ma sopravvivo bene senza. Il beneficio assoluto di Spotify è la sua esistenza su desktop – per quanto brutta, scialba e illogica. Non sono un utente mobile. Ho un lavoro da scrivania per otto ore al giorno. E quando mi muovo non ho sostituito il lettore mp3 con lo smartphone: il telefono è intasato da giochi, video, dati delle app, foto – il lettore mp3 è semplicemente scomparso dalle mie abitudini.

Però se lo streaming di musica è pensato per mobile, Spotify incluso (l’ascolto da cellulari è nel piano premium), un motivo ci sarà. Non ci sono grandi discussioni sul fatto che ascoltiamo musica facendo altro: è un dato di fatto degli ultimi dieci anni. Vale per l’ascolto a casa – i nostri genitori possono raccontarci dell’amico con tutti i vinili nuovi da cui si passavano i pomeriggi ad ascoltare Beatles o Pink Floyd (a seconda della generazione), ed è antiquariato emotivo e sociale. Vale per l’ascolto in mobilità – se stiamo andando da qualche parte, è evidente che la musica sia un sottofondo per il nostro andare. Vale, ormai, anche per i concerti: sì, ho speso per ascoltare musica…ma in realtà ho speso per essere in un posto, con della gente, vivendo un’esperienza on e offline di cui la musica è una parte. Di fronte al cambiamento, i cantanti che protestano contro gli schermi degli smartphone puntati verso il palco sono come gli anziani che scacciano i figli dei vicini dal giardino di casa.

Quelli del “si stava meglio quando si stava peggio” sono pronti a condannare il fenomeno come una mancanza di attenzione verso la Musica (M maiuscola, per loro) figlia della depravazione dei social network. Non mi sbilancerei in giudizi verso il multitasking come ragione dell’esistenza – mi sembra un fatto compiuto, e per molte cose è un miglioramento della qualità della vita. Ma davvero cambia qualcosa nella musica se chi ascolta ha altre priorità? Un dibattito antico è quello tra musica pura e musica destinata (nel caso dei compositori, l’esempio principale sono le colonne sonore), cioè tra musica che esiste in quanto tale e musica che esiste per uno scopo diverso da se stessa. Questa distinzione rimane molto importante quando si parla di definizioni estetiche – ricordo con piacere una lunga lecture di Ennio Morricone per difendere la dignità della colonna sonora – ma sembra totalmente antiquata nei confronti della musica (di qualsiasi tipo) vissuta oggi.

Il protagonista, nel concerto, è lo spettatore. Paga per guardare, ballare, cantare, fare foto e video. Paga per stare con gli amici, per essere testimone e raccontare istantaneamente a chi non c’è. Paga per i suoi ricordi e le sue emozioni. La musica è un mezzo, non un fine. Quando i prezzi erano più onesti, erano in molti ad andare a qualsiasi concerto, senza conoscere o amare i musicisti, semplicemente per vivere l’esperienza del concerto, sempre uguale e sempre nuova. E non si può estrapolare una conclusione apocalittica dalla morte dell’attenzione. Non dobbiamo difendere l’importanza della musica, finché la musica sopravvive. Non possiamo dire che chi paga per vivere un’esperienza lo fa in modo sbagliato – il fan domina sul musicista, nel momento in cui si crea una relazione tra cliente e venditore. Nelle nostre vite quotidiane la musica è ovunque – in tv, in radio, ma soprattutto nelle nostre orecchie. Quando passeremo alla realtà aumentata con occhiali che sembravano il presente e invece sono ancora il futuro, il mondo interagirà con noi con la musica. Direi che questo cambierà il modo di scrivere canzoni, ma i musicisti sono testardi e conservatori. L’importante è che non si offendano se sono il sottofondo dell’esistenza.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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