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Giuro di essere normale

Ho già scritto delle mie abitudini di ascolto – non esattamente tipiche, e un po’ compulsive. E quindi ho deciso di cambiarle. Normalmente il mio rapporto con la musica è privato, isolato, attivo e stazionario. Ho cambiato ognuno di questi fattori.

La parola “radio” mi crea un certo disagio. Non è una questione di gusto per la musica – ultimamente le mie playlist sono esclusivamente pop, per una crescente insoddisfazione verso i vari mondi rock. In linea di massima, un’ora di radio mainstream avrà una selezione musicale piacevole. È proprio un problema di modalità. La radio è lì, un oggetto al centro di uno spazio, così anticamente monofunzione, accesa o spenta. Si sale in macchina e parte – con tutto me stesso non sono riuscito a inserirla nei momenti sacri della giornata, dalla colazione in poi. La radio mi dà orticaria costante. Sono abituato ad ascoltare un minuto e mezzo di ogni canzone, e ad ascoltare solo canzoni. Il blocco da 15 minuti di musica con cui RDS apre ogni ora è devastante. Le chiacchiere sul più e il meno di RTL all’inizio quasi angosciose. Ma la radio vive di ascolto passivo, e dopo poco la musica si confonde al cazzeggio degli speaker: compagnia a portata di mano.

Se prendiamo per buoni i dati di ascolto 2015, il pubblico radiofonico italiano arriva a 35 milioni – numero enorme che presumo coinvolga anche chi ascolta suo malgrado, cioè i passeggeri in un auto altrui e così via, ma che racconta un’Italia innamorata dell’oggetto e del contenuto. La musica non è un fattore: funziona come accompagnamento, ma a vendere il prodotto radio è la personalità dietro al microfono (in casi come Deejay e Radio2), o uno stile editoriale comune durante la giornata. Le canzoni sono inoffensive ma piacevoli, con un numero sorprendente di avventure negli anni ottanta – della serie, quando eravamo felici. E di Italia c’è poco. Il gracchiare del segnale disturbato a Civitavecchia è una liberazione: prossima volta chiavetta USB. Almeno dopo una canzone che mi piace (RDS e RTL ne passano molte) posso sceglierne una che segua in modo logico.

La musica quando ci si sposta a piedi è un discorso più moderno e personale. Impossibile usare lo smartphone: troppe notifiche, troppo Youtube a portata di mano – è un problema di instant gratification, venti secondi di capre che urlano come esseri umani saranno sempre meglio di cinque minuti di canzone. Rispolverando il lettore mp3 bisogna superare il terrore dell’archeologia: ma cosa ascoltavo due anni fa? Qualcosa è ancora piacevole, dài. Aggiornare la playlist e inserire di nuovo le cuffiette nella quotidianeità significa riscoprire un lato intimo dell’ascolto che cura il cervello. Tolgo spazio al pensiero creativo e lo concedo alla fantasia: buffering terapeutico, sinapsi rilassate e iperattive.

Mi ha impressionato la rapidità con cui la musica nelle orecchie mi ha fatto passare dal ragionamento all’immaginazione. È il contrario della radio: il suono al centro del mondo e la vista che processa in background, facendo scorrere semafori e marciapiedi e alberi e persone senza interferire con il mondo interiore. L’unico problema, almeno per me, è l’abitudine: la selezione prima e lo shuffle frenetico poi mi porta a sentire solo quello che conosco. Un trauma, rispetto al solito vivere di 50-100 canzoni nuove al giorno.

Mettere la musica al centro dell’esperienza rimane difficile. Alla prima di Coppelia – venerdì 30 ottobre al Teatro dell’Opera di Roma – il balletto è esistito, nella mia mente, come rappresentazione muta. L’orchestra non amplificata è un’esperienza di godimento sonoro unica, ma i ballerini raccontano sovrastandola. Esisterebbero senza lo spartito? No, ma questo non rende la musica memorabile. Anche perché Coppelia è teatro molto piacevole, ma Léo Delibes è un compositore che rende meglio nell’opera piuttosto che nel balletto.

Tornare al pc – alla scoperta frenetica, al riascolto, alla compressione rapida di informazioni – è un sollievo, la mia personalissima normalità. Però magari un mp3 nuovo lo compro, va’.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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