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NCAA Basketball: una realtà storica, sociale ed economica

I campionati di calcio sono ormai nel vivo, così come la stagione NFL, si è appena chiuso il sipario sulla MLB e sul Mondiale di rugby, al contrario la NBA e il campionato nostrano di pallacanestro sono da poco cominciati. Cosa manca alla lista? Ovviamente la stagione NCAA, il campionato collegiale di pallacanestro che ogni anno cattura sempre più appassionati anche in Italia. Il 13 di novembre i campus delle scuole americane incominceranno a impazzire di colori, tifo e lunghe code davanti ai palazzetti, perché nemmeno la NBA ha un legame così forte col territorio quanto le squadre NCAA, eccezion fatta forse solo per i Boston Celtics, i Chicago Bulls e i Los Angeles Lakers.

La particolarità sta nel fatto che i giocatori del mondo collegiale sono semi professionisti. Non sono infatti pagati ma percepiscono una borsa di studio che permette loro di dividere il tempo tra il campo da basket e le aule universitarie per intraprendere un percorso di studi. Non pensate che il mondo collegiale non sia redditizio, vincere un titolo NCAA o anche solo ben figurare nella fase finale della stagione, il Torneo NCAA, equivale a far guadagnare una valanga di denaro alla propria università e al relativo programma cestistico. Ma andiamo per gradi.

Non sono molti i singoli eventi sportivi in grado di attrarre più attenzione dell’intera stagione del medesimo sport. Quanti hanno visto un Super Bowl pur sapendo poco o nulla di football americano? Quanti hanno visto la finale del Mondiale di calcio pur non sapendo cosa sia un fuorigioco? Ecco, il Torneo NCAA ha questo tipo di attenzione mediatica ma soprattutto ha questo tipo di fascino. Ma perché il Torneo NCAA riesce a catalizzare a tal punto l’attenzione di giocatori, college e tifosi? Cerchiamo di capirlo.

Un giocatore di alto livello, si sa, non vuole mai perdere, specialmente in un evento importante. Lo spettacolo del Torneo NCAA sotto questo punto di vista si basa su un concetto semplice: una volta entrati nel bracket tutti hanno le stesse possibilità di vincere dal momento che il sistema del Torneo è basato sul concetto di sfida a “partita secca”, un sistema che crea il fantastico mito dei “Cinderella Team”, ovvero delle “Cenerentole”. In questo caso, come molti sapranno, parliamo di piccoli college che a sorpresa eliminano squadre ben più quotate ritrovandosi in un palcoscenico che fino a poche settimane prima non si sarebbero mai immaginati nemmeno di sognare. Per spiegare questo fenomeno meraviglioso di solito vengono fatti tre esempi: quello di Texas Western nel 1966, quello di North Carolina State nel 1983 e quello di Villanova nel 1985. la NC State di coach Jimmy Valvano infatti entrò nel tabellone con il seed (permettetemi l’inglesismo) numero 6 del proprio Regional ma finirono per vincere il titolo eliminando prima la superpotenza Virginia (numero 1 del Regional), la fortissima Louisville e, in finale, la teoricamente imbattibile Houston guidata da Clyde Drexler e Hakeem (all’epoca ancora Akeem) Olajuwon con l’incredibile schiacciata in tap-in di Lorenzo Charles dopo sull’airball di Whittenburg. Il caso di Villanova è a sua volta unico dato che i Wildcats del 1985 rappresentano la squadra con il seed più basso di sempre ad aver vinto un titolo NCAA, precisamente con il seed numero 8 del proprio Regional. Villanova infatti sconfisse prima Michigan e North Carolina (numero 1 e 2 del proprio Regional) per poi vincere nella prima sfida delle Final Four contro Memphis State, altra potenza del periodo. In finale, nella data del primo Aprile, Villanova, squadra che in stagione non era mai stata considerata nemmeno nel Ranking di Associated Press, sconfisse la favoritissima Georgetown di Pat Ewing che fino a quel momento aveva dominato contro chiunque, per quello che è uno dei “pesci d’Aprile” più grandi di sempre. I Miners di Texas Western invece non rappresentano la tipica “Cenerentola” dato che furono comunque considerati una squadra di alto profilo (seed numero 3) ma entrarono nella storia per essere la prima squadra di sempre a schierare un intero quintetto di ragazzi afroamericani, un quintetto che in finale sconfisse la favoritissima e bianchissima Kentucky riscrivendo i libri di storia dello sport mondiale e ispirando il film Glory Road, uscito nel 2006.

Procedendo al discorso relativo ai singoli giocatori o allenatori, non scordiamoci che il Torneo NCAA può rappresentare un punto di svolta nella loro carriere in vista di un futuro da professionisti. Come non citare Mario Chalmers? Giocatore non molto considerato a Kansas salvo poi arrivare sulla bocca tutti grazie alla sua esplosione durante le Final Four del 2008, specialmente durante la finale in cui pareggiò la gara, poi vinta da Kansas all’overtime, con una tripla allo scadere contro la Memphis di Derrick Rose. Queste giocate lo portarono a essere scelto da Miami con la chiamata numero 34. E che dire del vivaio di Butler? Prima Gordon Hayward, dopo aver condotto sorprendentemente i suoi Bulldogs alla finale NCAA, fu scelto al Draft 2010 con la nona chiamata, posizione fuori portata per lui fino a qualche settimana prima, mentre l’allora coach di Butler, Brad Stevens, dopo aver guidato Butler a due finali NCAA consecutive, è stato scelto dai Boston Celtics come successore di Doc Rivers. Come avete potuto capire, poche partite possono cambiare la storia di un singolo individuo.

Non scordiamoci però che i più affezionati al Torneo NCAA sono i tifosi, come dimostra il fatto che ogni anno più di 700’000 persone riempiono i palazzetti durante la lunghezza complessiva del Torneo, con picchi che toccano gli oltre 70’000 spettatori a partita (avete letto bene, a partita) dal 2009 a questa parte per le tre gare delle Final Four, nonostante i biglietti per l’evento sono soliti costare da un minimo di 130$ a un massimo di quasi 2500$. Tutto questo legame con le squadre collegiali si spiega facilmente in tre punti: per prima cosa i college sono molto più antichi delle squadre NBA dato che molti programmi cestistici universitari sono ormai pluricentenari. In secondo luogo le università sono “fisse”, non si spostano come le franchigie NBA e di conseguenza sono più radicate col territorio di appartenenza e i relativi abitanti. Terzo punto, far parte di un’università, anche solo come studente, è ben più facile di prendere parte a una franchigia NBA e questo porta alla costruzioni di “fan base” più grandi, con appassionati che poi trasporranno questa passione ai propri figli. Questo porta a un fortissimo campanilismo. La vittoria di un determinato college infatti non è motivo di festa solo per l’università ma anche per la città che la ospita e, talvolta, per l’intero stato. Talvolta invece ciò porta a enormi rivalità all’interno dello stato come è successo in Ohio all’inizio degli anni ’60 per quello che è un record difficilmente ripetibile: nel 1961 e nel 1962 infatti si sono affrontate in finale per due anni consecutivi due squadre dello stesso stato ovvero Cincinnati e Ohio State.

Ciò che tiene incollati i tifosi a questo Torneo infatti, escluso il tifo e il campanilismo, è la sua imprevedibilità. Non a caso il periodo in cui si gioca è definito March Madness, nome che però viene utilizzato solo dai primi anni ’80 e che deriva dal nomignolo usato per definire i tornei liceali degli stati del Midwest (Indiana e Illinois i più famosi) fin dai primi anni ’30. Quando si parla di imprevedibilità del Torneo NCAA non mi riferisco solo alle “Cenerentole”, delle quali abbiamo già parlato, ma di vere e proprie storie uniche nel loro genere che si trasformano poi in leggende di strada e maledizioni che continueranno per decenni. Un esempio? Nella prima Final Four della storia nel 1939, gli Oregon Ducks trionfarono su Ohio State, Villanova e Oklahoma, curioso però il fatto che Oklahoma sia l’unica di queste squadre a non aver mai vinto un titolo NCAA e che Oregon non sia mai riuscita a raggiungere nuovamente le Final Four.

Un altro dato unico che unisce i tifosi al concetto di imprevedibilità è quello delle scommesse. La FBI infatti ha calcolato che ogni anno le scommesse illegali degli appassionati intenti ad azzeccare una delle possibili 147,573,952,589,676,412,928 combinazioni del Bracket porta a un giro di soldi pari a 2.5 miliardi di dollari. Questo dato ci porta ad affrontare il discorso economico che il Torneo NCAA crea ogni anno. In primis c’è da valutare il denaro derivante dagli spot pubblicitari e dagli accordi televisivi dato che dal 1991 la CBS trasmette live in America ogni partita del Torneo NCAA grazie a un contratto di esclusività rinnovato nel 2010 per 10.8 miliardi di dollari complessivi, valido per 14 anni. Pur non arrivando alle cifre del Super Bowl, uno spot pubblicitario non è di certo economico dato che uno spazio di 30 secondi durante il Torneo del 2012 era di 1.34 milioni di dollari, cifra che ha permesso di raggiungere proprio nel 2012 il traguardo del miliardo di dollari dalla vendita di spazi pubblicitari.

Più interessante è il discorso economico relativo ai singoli college partecipanti al Torneo NCAA, un argomento delicato che per molte università, specialmente quelle provenienti da piccole conference, vale anche più del blasone. Dovete sapere infatti che la NCAA retribuisce i programmi cestistici dei vari college in base ai loro risultati in campo tramite un fondo apposito. Questa retribuzione, a cui vanno sottrattiti costi di mantenimento del programma cestistico, va spartita poi con la conference di appartenenza e va a indicare il valore economico di una conference su cui poi verranno calcolati i diritti televisivi. Questo sistema è reso più equilibrato dal fatto che i guadagni di cui sopra vengono calcolati lungo un periodo di 6 anni. Ad esempio i guadagni derivanti dal Torneo 2016 di un determinato college saranno presi in considerazione fino al Torneo 2021, compreso. Il sistema di divisione dei fondi in base ai risultati è calcolato in unità da 245’514 dollari che ogni conference guadagna per ciascuna partita giocata al Torneo NCAA da una sua squadra, Championship Game escluso. Cosa vuol dire tutto ciò al lato pratico? Semplicemente che, ipotizzando che una squadra raggiunga il primo turno ogni anno per 6 anni, può far guadagnare alla propria conference di appartenenza ben 1.5 milioni di dollari senza nemmeno vincere una singola partita. Se invece dovesse raggiungere ogni anno le Final Four allora si parlerebbe di 7.7 milioni per la conference di appartenenza. Queste cifre tra l’altro potrebbero anche crescere dato che queste “unità” crescono in media del 2% ogni anno. Se pensate che siano spiccioli sbagliate di grosso perché, solo nel 2013, l’ormai smantellata Big East ha portato a casa 27 milioni di dollari grazie a questo sistema. Chi può realmente approfittarne sono i piccoli college provenienti dalle conference minori, dato che un paio di upset potrebbero rivelarsi fondamentali per il proprio bilancio e, perché no, consentire alla scuola stessa di spostarsi in una conference più prestigiosa e redditizia nel giro di pochi anni. Non è un caso infatti che tra le dodici squadre dal maggior valore sotto il punto di vista delle “unità” guadagnate ci siano Butler e VCU, non due superpotenze ma due solide realtà, la prima infatti ha raggiunto due Final Four consecutive nel 2010 e nel 2011, il tutto senza mancare una presenza al torneo dal 2007, la seconda invece ha raggiunto le Final Four nel 2011. Non a caso i guadagni di Butler hanno fatto in modo di consentire ai Bulldogs il passaggio dalla Atlantic 10 alla ben più prestigiosa Big East nel 2014. Inutile dire che il guadagno per la singola scuola è ben superiore: secondo Forbes infatti VCU, squadra dell’Atlantic 10, ha portato a casa oltre 11 milioni di dollari con un guadagno netto di circa 8,75 milioni a seguito dei soli 2.8 milioni spesi per il mantenimento del programma. Cifre importanti per squadre sulla via della crescita, denaro che è possibile riutilizzare per rinnovare attrezzature, palazzetto, prolungare i contratti di allenatori e/o collaboratori e migliorare la qualità delle borse di studio da offrire ai futuri talenti collegiali.

Insomma, il Torneo NCAA ha proprio tutto: fascino, folklore, tradizione, innovazione e persino economia. Tutto ciò che serve per rendere questo evento imperdibile anche quest’anno, come ogni anno. Così era, così è e così sarà, semplicemente NCAA Tournament.

Tratto dal magazine March Madness di MY-Basket.it.

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