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Mezzogiorno di ossessione

Il collezionismo è un disturbo, quasi un fetish. E la musica, così carica di energia sessuale, vive dei suoi fetish, che partono dal comprensibile per arrivare all’arcano. I musei della musica, che siano seriose hall of fame o Hard Rock Café ben più informali, cristallizzano il pantheon mitologico (quasi sempre rock) in brevi flash visivi. Certo, le collezioni pubbliche, sotto teca, hanno un sapore artificiale e arbitrario, così poco umano. Il fan di musica non si accontenta, e ne vuole una propria.

I memorabilia sono sorprendentemente poco amati. Abbiamo avuto tutti la realizzazione che a nessuno importa della bacchetta o del plettro lanciati durante un concerto – è un ricordo personale che non impressiona gli altri. E il mercato online per veri e propri reperti, dai costumi di scena agli strumenti, è dominato dai ricchi e dagli ossessionati, allontanando il fan medio. Che colleziona, sì, e assiduamente, l’oggetto più unico e banale che ci sia: il disco. In effetti è curioso che i musei della musica parlino di tutto tranne che della musica – una contraddizione raccontata da Simon Reynolds nel suo “Retromania” – limitandosi ad affiancare targhe con date ed eventi a un’esperienza al 100% visiva. I pantaloni di Sid Vicious e Jim Morrison, però, sono arrivati al museo senza passare per l’approvazione privata, come vasi Ming che non abbiano mai arredato le case dei ricchi. Il rock ridotto a soprammobile.

Non è meno paradossale, però, l’opera del collezionista privato. Schiere di vinili, perché i cd sono obiettivamente bruttini: confezioni piccole e plasticose, copertine davvero poco soddisfacenti, dischi compatti dal sapore standard anche quando una grafica li decora. Il cd è pratico, ma privo di ritualità. Il vinile è scomodo e voodoo. Il vinile, soprattutto, è bello da vedere: ogni illustrazione è un dipinto, e quel nero è profondo e sensuale. Ma il collezionista ha cercato i suoi pezzi in lungo e in largo, e non tollera che cadano sotto i colpi del tempo. Li imbusta, li sigilla: olive sottovuoto che non puoi mangiare. Se la musica è legata ad un corpo, la materia si usura e con lei svanisce la musica – e quindi il suono viene soffocato, preservato per non essere mai riprodotto. Stranezze della plastica.

Se il supporto è traditore, il digitale – salvo catastrofi – aspira all’eternità. Le catastrofi succedono, intendiamoci: pc formattati, hard disk distrutti, file corrotti da forze misteriose. Ma, collezionando i file, si gode del contenuto invece che della forma. Esteticamente il valore è zero, visto che lo scaffale rimane vuoto (in attesa di una realtà aumentata che ci permetta di modificare virtualmente gli spazi delle nostre case). E anche il valore associato allo sforzo crolla: al viaggio per negozi e mercatini si sostituisce il penoso navigare su blog da quarta pagina di Google (ormai se The Pirate Bay ci tradisce le alternative sono poche e inaffidabili), le mani impolverate si trasformano in occhi stanchi per le nottate davanti al pc. La componente ossessiva ne esce però ancora più forte. Non esiste più un limite spaziotemporale, e neanche un limite economico: le infinite edizioni speciali, alternative, ristampe, remaster e via dicendo sono a portata, senza dover viaggiare, o ordinare, o frugare.

Nonostante, poi, il mercato della musica sia diventato pressoché unico da iTunes in poi, le varianti di un album si sono moltiplicate, con aggiunte di bonus track vagamente esclusive che gettano il completista nello sconforto. Al completista si potrebbe chiedere: ma a te, quante canzoni piacciono di questo disco? Perché non cancelli le altre? Eresia. Una collezione incompleta, anche se intangibile e priva di un valore estetico, vanifica lo sforzo. L’idea che l’ascoltatore ordinario sia un po’ penalizzato viene, soprattutto quando per fare un backup rapido dei propri cd si scarica una discografia che trabocca di fuffa, di doppioni, di edizioni australiane o giapponesi con la tracklist in ordine diverso da quelle occidentali e nulla più.

Abbiamo il diritto di cancellare, di consegnare all’oblio. Ma, in un mondo di informazione caotica, abbiamo il dovere di selezionare. Le nostre coscienze digitali sono pesantissime, ed è ora di svuotare la cache. L’oggetto è feticizzato, e la ragione è comprensibile. Il non-oggetto non può rimanere cristallizzato in un mondo fluido. Liberate i file, lasciateli al loro destino.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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