Home / Architettura / Superfici profonde: topologie generative

Superfici profonde: topologie generative

 “In termini più generali c’è stato uno spostamento da una forma dialettica e stabile della relazione tra superficie e profondità, e tra superficie e spazio, verso una maggiore oscillazione e vibrazione continua della relazione stessa. In questo senso la parola “superficie” e la sua etimologia tradizionale è più “slippery”, più scivolosa di quello che può apparire. I problemi che riguardano la bidimensionalità risultano infatti tutt’altro che superficiali: essi sono al contrario molto profondi.” Alice Imperiale, in Arch’it.

Negli ultimi venti anni il tema della superficie ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo di un nuovo sentire architettonico, e solo in tempi molto recenti ha iniziato a cedere il passo a riflessioni su temi come i modelli e i diagrammi. La possibilità di superare la bidimensionalità piatta, euclidea, favorita anche dalla diffusione di software di modellazione complessa, ha rivelato le potenzialità di un elemento che fino a quel momento aveva occupato un ruolo ambiguo nella pratica progettuale. Pensiamo, ad esempio, al ruolo della superficie nel movimento moderno: la superficie moderna è l’elogio della bidimensionalità, simbolo della liberazione dal peso delle strutture tradizionali. Perché Le Corbusier arretra la struttura verticale nel suo modello di casa Dom-Ino? Per liberare la superficie, rendendola più bidimensionale, bucabile e sottile possibile. Allo stesso modo gli architetti legati al neoplasticismo olandese, Rietveld e Van Doesburg ad esempio, aggrediscono il tema della superficie, sfruttando la sua natura bidimensionale, per raggiungere la rottura della scatola. Da quando la struttura è stata svincolata dagli elementi di chiusura, sembra dunque che la superficie abbia trovato la sua ragion d’essere proprio nella sua natura piana, lineare e, in un certo senso, astratta.

Perché, dunque, parlo di superfici profonde, topologiche? Qual è il salto logico che permette alla superficie di raggiungere un nuovo livello di complessità, non solo formale ma sostanziale? Lo scatto è composto da tre fattori. Il primo è la consapevolezza che l’architettura non si muove più su un terreno inteso come piano infinito, non è più acontestuale come l’International Style aveva teorizzato: si appoggia invece su una superfice complessa, un playground. Le conseguenze di questo primo fattore sono evidenti: la superficie come entità astratta non è più un interlocutore adeguato per un terreno d’azione costituito da elementi così complessi e stratificati, cioè gli ambienti antropico e naturale. Il secondo è un fattore operativo: l’idea che la superficie possa abbandonare il suo carattere di elemento astratto e calarsi nel reale apre alla possibilità che essa possa essere modellata nello spazio. È evidente che a questo passaggio concorrono più di una piccola rivoluzione: l’introduzione degli strumenti digitali, il progresso dei sistemi di costruzione, lo svilupparsi di un immaginario che vive tutto all’interno del mondo della complessità. La piega come operatore morfologico, e al tempo stesso semantico, introduce una moltitudine di nuove soluzioni spaziali. L’ultimo fattore è la risultante del prodotto tra i primi due: se la singola superficie architettonica interagisce con un sistema di superfici e masse complesse già strutturate, se può modificarsi e non essere più solo un elemento nello spazio, allora la superficie è capace di conformare lo spazio. Tracciando una linea virtuale dall’inizio del XX secolo ad oggi: da elemento lineare che definisce spazi essenziali da comporre secondo sistemi più o meno tettonici, a elemento generativo di una spazialità che può, in potenza, essere fluida e infinita.

Non mancano certo esempi per supportare una simile tesi, perché sono molti gli architetti che hanno fatto del potere generativo della superficie piegata la propria forza, ma credo due siano i casi in cui il tema è individuabile in maniera cristallina.

Klat_Peter-_Eisenman_4
P. Eisenman – Centro di ricerca della Galizia

Un architetto che ha trattato il tema della superficie in maniera interessante è P. Eisenman, probabilmente non il primo nome a cui molti avrebbero pensato. In una certa fase della sua ricerca, invece, la sperimentazione sulle morfologie topologiche ha prodotto risultati di grande forza. Penso ad esempio al progetto per la Chiesa del giubileo a Roma, o al centro della ricerca della Galizia a Santiago de Compostela. Nel primo caso la superficie, muovendosi nello spazio, definisce tutti gli aspetti dell’architettura. È, da un certo punto di vista, qualcosa in più di una piega: l’intera conformazione spaziale è data da movimento superficiale e, potremmo dire, quest’architettura è nient’altro che superficie. Nel secondo la lavorazione della superficie recupera il concetto di contesto come playground, relazionando strettamente terreno ed architettura. I movimenti topografici non costituiscono solo il nuovo spazio dell’architettura ma, grazie anche al fattore di scala, generano un paesaggio del tutto inedito. La modellazione superficiale non genera, così, il solo spazio architettonico, ma costituisce un nuovo sistema di relazioni che investe l’intorno attraverso riverberazioni potenti e sinuose.

Eisenman chiesa 2 p
P. Eisenman – Chiesa per il giubileo

Altro studio che ha da sempre lavorato sul tema della superficie piegata, topologica, è Plasma. Il lavoro di Holger Kehne, Ulla Hell e Eva Castro ha gettato una nuova luce sulle potenzialità spaziali ed espressive della superficie, trovando applicazione dalla scala urbana a quella del piccolo intervento. Il progetto per l’hotel Puerta America a Madrid, ad esempio, è un vero banco di sperimentazione per l’utilizzo di geometrie topologiche nel processo di generazione e trasformazione dello spazio. Lo stesso processo progettuale porta alla conformazione dello spazio esterno e di accesso al progetto di housing a Sesto. Una forza linearmente distribuita piega le superfici di un volume prismatico creando una grande faglia verticale, investendo tanto l’edificio quanto il terreno intorno. La loro ricerca topografica raggiunge però il proprio apice nel progetto per i Flowing Gradens per l’expo 2011 di Xi’an: qui, ancora più che nel progetto di Eisenman, la superficie non solo definisce lo spazio, ma diventa un nuovo terreno, diventa paesaggio.

Flowing-Gardens-by-Plasma-Studio-02
Plasma Studio – Flowing Gardens

Se dunque la superficie non ha la stessa portata rivoluzionaria né la medesima potenza generatrice di strumenti come il diagramma o i modelli dinamici, ha certamente ancora un margine di investigazione che può dare ottimi risultati. Il passo successivo è rendere la superficie non solo generatrice di spazio, ma adattiva, viva.

DSC_9943_44_exp
Plasma Studio – Dolomitenblick

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

Check Also

La discontinuità continua della storia

Non è data architettura fuori dalla sua dimensione storica, perché non esiste individuo né cultura ...