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Attacchi di Parigi – La banalità del giorno dopo

Tutto il mondo è rimasto scosso dagli attacchi di Parigi sferrati nella notte di Venerdì 13 novembre. Un attentato nella culla della democrazia, la Francia, quella stessa Francia che viene ricordata con orgoglio europeo come la patria di tutte le Rivoluzioni contro l’autoritarismo.

Subito dopo l’accaduto ondate di solidarietà hanno invaso web e social network, dando vita ad hashtag e post senza tregua che esprimevano oltre il proprio sentimento di vicinanza nei confronti dei parigini e delle vittime, anche odio e disgusto nei confronti degli attentatori ed una serie di invettive senza tregua nei confronti dell’estremismo islamico e non solo.

L’inventore di Facebook non ha tardato a dar vita ad una nuova “bandiera-profilo”, colorando di blu bianco rosso le bacheche di ognuno di noi, generando una sorta di moda, uno sfoggio, una gara al più solidale della piattaforma virtuale.
In una società in cui ogni accadimento diventa frutto di mercificazione e di macabro esibizionismo non ci siamo fatti mancare lo sciacallaggio mediatico, incline all’accaparramento di likes e all’aumento dello share televisivo, che hanno reso un accadimento drammatico, l’ennesima occasione di rivoltante omologazione.

Dal cappello abbiamo ritirato fuori l’ormai inflazionata, per quanto riguardo l’argomento, Oriana Fallaci, rimarcando le sue doti da Nostradamus, persone che non hanno mai nemmeno sfiorato l’idea di informarsi su cosa accadeva nel mondo sono diventati improvvisati professori di geopolitica.

Il tema è delicato, l’allarmismo alto, la paura giustificata ha generato una caccia l’uomo senza precedenti, si vive con il sospetto che il proprio vicino possa non essere la persona che si crede, e che il ristorante vicino casa sia il luogo dove si potrebbe perdere la vita.

Si grida al blocco dell’immigrazione, alla chiusura delle frontiere, la cacciata di massa di musulmani; soluzioni fittizie, contentini da massa ignorante. I principali artefici degli attentati infatti sono regolari cittadini europei, cresciuti e formatisi nelle nostre scuole, nelle nostre università, segno che l’infiltrazione, l’indottrinamento agiscono in modo subdolo e che non sono frutto dell’importazione di qualche “uomo nero” immaginario che varca il confine.

Contro ogni buonismo sappiamo per certo che nella religione Islamica esiste da sempre una corrente più estrema, che rivendica la volontà di voler ripulire il mondo dagli infedeli e dalla corruzione delle abitudini occidentali, con il sangue e con le bombe e che la tolleranza in certi casi è inutile se non dannosa.

Dobbiamo quindi avere il coraggio di ammettere che questi fenomeni sono anche la causa di un’integrazione mal riuscita, non sempre perché noi europei siamo “brutti e cattivi”, come spesso noi stessi amiamo dipingerci per darci un accento cosmopolita, ma per il semplice e naturale fatto che il meltin pot che tanto abbiamo cercato di raggiungere ,può trovare dei limiti sostanziosi quando si ha a che fare con determinate culture.

Che l’Europa abbia la responsabilità di fare fronte comune in modo unitario contro il fanatismo religioso che ormai non è più alle porte, ma che striscia silenziosamente nelle nostre strade, è chiaro; che lo si voglia fare generando una nuova ventata di xenofobia incontrollata è certamente sbagliato.

Il continente Europeo baluardo di civiltà e valori riconducibili alla tolleranza ha il bisogno di ritrovare un po’ del suo orgoglio, quel coraggio che sembra l’unica e reale arma contro un movimento terroristico che basa la sua propaganda e trae linfa vitale dal terrore che riesce a scatenare.

La paura rende forti i militanti dell’Is, e non saranno dei bombardamenti a tappeto da parte di Francia e Russia a fermarli: l’onnipotenza che l’allarmismo di questi giorni ha generato è andata solo ad accrescere la convinzione per quegli estremisti che il tempo per la loro ascesa è ormai giunta.

Purtroppo con rammarico oltre agli attacchi dell’Islamic State quello che davvero spaventa è l’idiozia e la superficialità della gente che ha sentito la necessità di dare libero sfogo alla propria ignoranza, abusando quasi di quel diritto sacro che è la libertà d’espressione: forse sarebbe necessario abbandonare un po’ delle nostre messe in scena da terzo millennio fatte di scuse virtuali e canzoni condivise per riscoprire la nostra cultura, per sapere cosa stiamo difendendo così affannosamente, ancorandosi a quelle credenze che ci hanno reso unici come popoli e soprattutto avendo la consapevolezza che i primi ad essere indottrinati siamo noi, che ormai pigri di ricercare la verità e troppo spesso incapaci di una vera analisi su quello che accade ci abbandoniamo agli eventi e ci scarichiamo la coscienza con la condivisione di un link.

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