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Il paradosso di Meo Sacchetti: quando uno Scudetto è il preludio all’esonero

«I cicli iniziano e finiscono, è solo la chiusura di un ciclo. Siamo stati un po’ romantici a pensare che si potesse ripartire e che il ciclo si potesse rianimare». Con queste parole, il presidente Stefano Sardara ha annunciato la decisione di non proseguire con Meo Sacchetti in panchina. Fatale, per l’allenatore di Sassari, la sesta sconfitta in sei partite di Eurolega. E anche in campionato la Dinamo sta faticando: quattro vittorie in sette partite, con una bruciante sconfitta al supplementare patita lunedì a Bologna. L’esonero di un allenatore, di per sé, non dovrebbe fare notizia: è usanza comune cambiare la guida tecnica quando le cose non vanno. Ma fa notizia quando viene esonerato un allenatore che, soltanto pochi mesi fa, ha vinto Coppa Italia e Scudetto.

Le parole di Sardara non lasciano dubbi: la dirigenza sarda aveva già pensato ad un cambio di allenatore in estate. In un momento in cui, però, sarebbe stato difficile motivare ai tifosi la scelta. E qui entra in atto il primo fattore della nostra riflessione: il presentimento che il ciclo di Sacchetti fosse al termine si è scontrato con la difficoltà di cambiare coach dopo i grandiosi ─ e per certi versi inaspettati ─ risultati della stagione passata. Una situazione già vista quest’anno, anche se in un altro sport. La vicenda Castori ha dato l’impressione che la dirigenza del Carpi stesse aspettando solo il momento buono per un esonero che, forse, era già nei programmi estivi, ma che non si era concretizzato per gli incredibili risultati ottenuti dall’allenatore.

È difficile fornire un’analisi lucida e tecnica quando il coach campione d’Italia in carica viene licenziato dopo appena un mese e mezzo di stagione. Ma ci proviamo. Sacchetti difficilmente può essere incolpato per l’inizio complicato della sua squadra. Non avrà grandi capacità di adattamento sul piano tattico, ma ha un’impostazione di gioco ben precisa e ben definita. Per questo, in sede di mercato, la dirigenza sarda avrebbe potuto compiere delle scelte più adeguate. A partire dai playmaker, Haynes e Stipcevic, che non hanno affatto le caratteristiche del giocatore di cui Sacchetti avrebbe avuto bisogno in quello spot. Haynes è una combo guard senza bruciante cambio di passo ─ la caratteristica che rendeva efficace Dyson ─ o visione di gioco; Stipcevic è un giocatore che tende a tenere molto il pallone.

Se il gioco parte da un playmaker di questo tipo, è difficile che la squadra si dispieghi alla maniera di Sacchetti: transizione rapida, preferibilmente conclusa con una penetrazione e uno scarico per un tiro aperto dall’arco. Ma non sono stati solo Haynes e Stipcevic a non essersi potuti, per caratteristiche, adattare alle richieste dell’ex coach. Anche Eyenga, per esempio, è un giocatore disfunzionale in un attacco del genere. Grandi mezzi atletici, ma tecnica approssimativa e tiro da fuori inesistente. E Varnado, arrivato per sostituire Shane Lawal portando ─ sulla carta ─ un bagaglio simile di caratteristiche, è stato un flop assoluto nelle prime quindici partite ufficiali.

Se Sassari avesse creduto davvero nella possibilità di proseguire con il suo allenatore, avrebbe compiuto delle scelte diverse. Se non già in estate, almeno come correttivi da apportare a stagione in corso. E invece la Dinamo è andata nella direzione opposta, come a voler affermare che la squadra può disputare un grande campionato con un allenatore capace di fornire le istruzioni giuste. Non che vogliamo smentire la tesi ufficiale, quella del ciclo che si è concluso in maniera naturale, ma al contempo crediamo poco al romanticismo in un mondo dominato invece dal pragmatismo e dalla mentalità imprenditoriale. Le scelte di mercato assomigliano più ad una delegittimazione del gioco di Sacchetti piuttosto che ad un tentativo di allungare la sua permanenza sulla panchina sarda.

Nel discorso di Sardara, si è menzionato anche un entusiasmo da restituire al gruppo. Ma, anche in questo caso, la motivazione può apparire fragile. I veterani di Sacchetti, come il figlio Brian, Devecchi e David Logan, sono stati tra i migliori giocatori di questo inizio di stagione. Sono stati gli altri, quelli che la fiducia di Sacchetti dovevano ancora meritarsela, a tradire le aspettative. E, di nuovo, si tratta di un fattore che testimonia come semplicemente, tra l’allenatore e alcuni giocatori, la dirigenza di Sassari ha preferito accordare la sua preferenza ai secondi. Forse perché è più comodo cambiare coach piuttosto che due o tre giocatori, forse perché nel gioco di Sacchetti non ci credeva più.

Non sta a noi giudicare se sia giusto o sbagliato esonerare un allenatore, anche se nella stagione precedente ha vinto ─ ad eccezione dell’Eurolega ─ tutto quello che poteva vincere. Ci mancherebbe. Eppure, analizzando tutti i fattori, ci sembra che a Sassari sia successa una cosa ben precisa: lo Scudetto, legittimamente, ha comportato un aumento delle attese sulla Dinamo. E Sacchetti, con il suo gioco estremo e raramente modificato negli anni, non è stato ritenuto l’uomo giusto per inaugurare un’era in cui Sassari ambisce ad attestarsi come squadra di vertice. Le prestazioni disastrose della formazione sarda in Eurolega, con ogni probabilità, non sono state conformi alle aspettative della dirigenza. Tutto legittimo, ci mancherebbe. Ma i tempi e i modi, ci sentiamo di dire, non sono stati del tutto rispettosi nei confronti dell’allenatore che ha portato Sassari sul tetto d’Italia.

Foto: sardegnasport.com

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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