Home / Cinema / Mustang di Deniz Gamze Ergüvent
mustang

Mustang di Deniz Gamze Ergüvent

“Tutto mutò in un battito di ciglia”.

Lale, la minore delle cinque sorelle protagoniste, nell’incipit suggerisce con queste parole l’inizio di un cambiamento. Come una pallina da tennis sul filo della rete, che una piccola spinta verso una parte o l’altra del campo decide di quale giocatore sarà il punto, lo spettatore si trova subito di fronte all’idea di uno scenario in bilico tra il prima e il dopo.

E il punto di svolta è la colpa. In una società ancora fortemente patriarcale, in cui anche la più sfocata idea di misoneismo sembra essere un’utopia, le cinque giovani donne pagano lo scotto di non mantenere un sussiego abbastanza distaccato nel rapporto di amicizia con i compagni di scuola: giocare vestite, nel mare, sedute sulle spalle di ragazzi loro coetanei.

La punizione che spetta loro sarà di essere rinchiuse in casa fino a che l’onore della famiglia non sarà rivitalizzato grazie a quattro matrimoni combinati, uno per ogni ragazza in età da marito. La telecamera è in continuo movimento e segue dal punto di vista della piccola protagonista, anche voce narrante, le vicende che abitano i mesi estivi delle vite delle ragazze.

Lale è la vitalità espressiva di una giovinezza non ancora del tutto sbocciata, ma pronta a valicare le barriere del bigottismo anacronistico di certe realtà di piccoli paesi, non poi così remoti, che contornano alcune grandi città. La piccola protagonista è contemporaneamente allegoria di modernità e di rivendicazione, scevra da ideologie politico-sociali, richiama l’attenzione dello spettatore sulla rivalsa dell’identità, non solo femminile, ma anche e soprattutto personale, di chi sceglie di combattere in un ferale agone tra l’ipocrisia della falsa moralità e la virtuosità di vivere liberamente le proprie scelte sessuali e relazionali.

Non a caso il titolo si riferisce a un tipo di cavallo selvatico del Nord-America, il cui crine è evocato dai lunghi e selvaggi capelli delle cinque ragazze: legati, pettinati, tagliati, accarezzati. Ma la trasgressione ha ragion d’esistere solo in una società impositiva, in cui regole e dogmi si contrappongono al comune senso della morale collettiva. E tutte le sorelle trovano, chi in un modo chi in un altro, una maniera per fuggire da quella stessa realtà soffocante che le aveva rese anarchiche senza volerlo.

Imprigionate in una casa in cui le discriminanti per giudicare la morale sembrano sovvertite (lo zio si erge a giudice imponendo alle giovani di rimanere segregate in casa per punirle, ma lo spettatore, dagli occhi di Lale, percepisce i suoi abusi nei confronti delle nipoti), le ragazze ci raccontano una storia che la stessa regista ha vissuto sulla sua pelle e ha voluto raccontare senza mezzi termini, restando sui binari della coerenza narrativa e del pathos privo di piaggeria. Quando la telecamera si avvicina al viso dei personaggi, gli argomenti di conversazione diventano più intimi, quasi per permettere allo spettatore di ascoltare, senza invadenza, le confidenze che le sorelle si rivolgono a vicenda, in un clima di tale amicalità da rendere incongrua la dimensione spaziale di cattività in cui esse si svolgono.

E così come ci si affeziona alle ragazze, tanto si lotta insieme a loro contro lo zio, antagonista paradigmatico della storia, in cui l’orrore della realtà si scontra prepotentemente con l’atmosfera pigra e sopita dei giochi e delle conversazioni delle giovani.

About Valeria Volpini

Valeria Volpini
Laureata in comunicazione artistica e laureanda in terapia occupazionale, ingorda di cinema, di libri, di viaggi e di cioccolata. Scrivo soprattutto di cinema su vari giornali web. Amo le parole, quelle belle..scritte e parlate.

Check Also

In guerra per amore di Pif

Il secondo lavoro di Pif, o meglio, di Pierfrancesco Diliberto, dietro la macchina da presa, ...