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Atletica, che succede? Il “caso doping” che doping non è

La notizia è del 2 dicembre: 26 atleti italiani sono stati deferiti dalla Procura Antidoping per eluso controllo. Nella lista figurano anche nomi importanti, come quelli di Andrew Howe e dei medagliati olimpici Giuseppe Gibilisco (bronzo ad Atene 2004, ritirato nel 2014) e Fabrizio Donato (bronzo a Londra 2012). Gibilisco, tra l’altro, era già stato coinvolto in uno scandalo doping nel 2007: dapprima fu condannato a due anni, poi fu assolto con formula piena dal TAS di Losanna. Il rischio, per i 26 atleti nominati dalla Procura, è lo stesso che Gibilisco dovette fronteggiare otto anni fa: una squalifica di due anni. La reazione della stampa (anche estera) è stata prevedibile e giornali e siti internet si sono immediatamente affrettati a titolare scandalo doping. Però, a ben vedere le motivazioni del deferimento, non si parla di positività a sostanze proibite, bensì, per l’appunto, di eluso controllo.

Nell’analizzare la vicenda, bisogna partire da una distinzione fondamentale. L’indagine, nata successivamente al caso Schwazer, coinvolgeva in totale 65 atleti. Con un modello simile a quello del ciclismo, i tesserati Fidal (Federazione Italiana Di Atletica Leggera) devono utilizzare un sistema per segnalare la loro posizione e la loro reperibilità, tenendosi sempre disponibili per eventuali controlli. La squalifica scatta al terzo mancato controllo e/o mancata comunicazione. Per 39 degli atleti inizialmente coinvolti, è stata chiesta l’archiviazione. Tra di loro c’è chi, come Silvia Salis, si lamenta delle falle tecniche del sistema whereabout. Un’accusa che viene mossa anche da Fabrizio Donato, uno dei 26 che rischia la squalifica. Oltre al sistema che faceva acqua da tutte le parti (come riportato da Donato), viene contestata dagli atleti anche la necessità di ritenere dolo un ritardo di qualche giorno o addirittura di qualche ora nella comunicazione degli spostamenti. Fino al 2011 gli atleti dovevano mandare un fax alla Federazione, che poi provvedeva a inoltrare alla Procura.

La verità, come spesso succede, probabilmente sta nel mezzo. È indubbio che Giovanni Malagò, presidente del Coni, non abbia torto a dichiarare che non si tratta di un problema di doping, ma di procedure. Infatti la squalifica dei 26 atleti viene richiesta sulla base delle mancate comunicazioni. Eppure, c’è un punto di cui è impossibile non discutere. Il discrimine tra i 26 per cui è stata chiesta la squalifica e i 39 per cui è stata richiesta l’archiviazione sta nell’ipotesi che non tutti abbiano sbagliato in buonafede. Non si parla di doping neanche qui, almeno non per forza. Ma, se comunicare la propria posizione e i propri spostamenti rientra nei doveri dell’atleta tesserato, allora anche la mancanza sistematica nel riportarli ─ indipendente dai motivi di ogni atleta singolo ─ è una colpa che può valere la squalifica. Insomma, nel caso preso in esame c’è una grossa differenza tra gli atleti che ─ anche andando oltre ai limiti tecnici del sistema ─ hanno sempre provveduto a consegnare la documentazione (o almeno ci hanno provato) e chi, invece, si è rassegnato in fretta, contravvenendo ai regolamenti. Va specificato, di nuovo, che nell’inchiesta non si parla di mancati controlli, un aspetto che dovrebbe tenere ─ almeno parzialmente ─ lontani i sospetti sull’uso effettivo di sostanze dopanti.

Al di là della negligenza degli atleti, però, la riflessione non può che spostarsi sulla negligenza degli organi preposti al controllo. Ricordiamo che questo caso è emerso solo nell’ambito delle indagini su Alex Schwazer, altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto. Perché? Perché all’epoca dei fatti contestati, nonostante le ripetute violazioni di alcuni atleti, non fu fatto nulla (se non con ampio ritardo) per capire come il sistema potesse essere migliorato e non furono nemmeno fatti partire richiami. Pagheranno gli atleti, ma la falla in questo scandalo doping (che doping non è) coinvolge tutto il sistema. E insegna che il problema, nello sport, spesso non riguarda soltanto il mancato rispetto dei regolamenti, ma anche il controllo superficiale da parte di chi, invece, dovrebbe essere garante della correttezza delle procedure.

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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