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Estremismi

La musica è un’idea, e ogni idea viene portata alle sue conseguenze più estreme. L’estremo sonoro è una ricerca continua e affannosa, che a tratti è stata in grado di affacciarsi al (quasi) mainstream ma che più spesso è frutto della “solitudine insieme” di musicisti innovativi. A volte sorprende notare come mondi lontani tra di loro (che so, il metal e l’elettronica) arrivino a risultati simili – altre volte ogni somiglianza tra generi vicini si perde in ricerche opposte.

Se parliamo di somiglianze, è meraviglioso il parallelo tra Industrial e Noise che porta ad una coincidenza praticamente totale nei fenomeni più aggressivi. La Noise è una musica di origine principalmente colta, che parte dalla decostruzione DaDa dell’oggetto-opera d’arte e passa per la creazione spersonalizzata di John Cage (l’uomo della musica aleatoria, cioè probabilistica) oltre che per le strutture immateriali di La Monte Young (l’uomo simbolo del minimalismo). E poi ancora l’intonarumori del futurista Luigi Russolo, le ricerche di Antonin Artaud, i gruppi Fluxus e Ongaku, per toccare il mainstream con il citatissimo Metal Machine Music di Lou Reed. L’Industrial ha un percorso tendenzialmente diverso: è controcultura (“essere fan dei Throbbing Gristle è come iscriversi all’Università dell’estremismo culturale”, ha scritto Simon Reynolds) che ama la letteratura e la filosofia ma ha radici musicali molto più vaghe, che a tratti si toccano con la noise (Metal Machine Music, appunto) ma più spesso affondano negli esperimenti elettronici europei “leggeri”, come il krautrock. L’industrial nasce da un desiderio di reinventare il rock nell’era in cui il potere è dato dal controllo del flusso di informazione; la noise vera e propria è uno studio sul vuoto e su come viene riempito – sia esso un vuoto acustico (i famosi 4’33” di silenzio di John Cage) o un vuoto concettuale (e qui arriviamo alla noise estrema che stiamo cercando).

L’industrial, per questo, si è prestata sia al successo radiofonico con gruppi come Nine Inch Nails, Marilyn Manson e Rammstein, sia a strade oblique: segnali elettrici, urla di sintetizzatori, pulsazioni ossessive e irregolari per collezioni di suoni che prendono il nome di power electronics, o più tardi industrial death. E dal lato noise la scena giapponese che tanto scena non è – torniamo all’idea di solitudini che vengono accomunate a posteriori, da critici a volte troppo zelanti (tra cui il sottoscritto). Merzbow, Hijokaidan, The Gerogerigegege, Masonna: è la ricerca del nulla attraverso il tutto, proponendo musica intenzionalmente non ascoltabile, stridente, disumana per creare un vuoto. Japanoise e power electronics sono cugini da parte di padri che non si conoscono, e producono un risultato sonoro assimilabile con premesse estetiche opposte (nel vero senso della parola: la japanoise si suona in giacca e cravatta).

Il metal è un mondo vario, i cui sottogeneri hanno poco in comune e si guardano male se si incontrano per strada. O così vuole lo stereotipo. Vero è che il metal aspira all’estremo assoluto e, se pure il rifiuto quasi totale di strumenti elettronici è un limite alle distorsioni che si possono raggiungere, i musicisti compensano con creazioni fortemente ideologiche. Oltre a inquietantissime commistioni con l’industrial (City degli Strapping Young Lad rimane uno degli album “rock” più pesanti mai pubblicati), il metal gioca a rincorrersi con il pedale sull’acceleratore, arrivando carico di satanismo – inteso come individualismo totale, in stile laveyano – alla scena black norvegese, bruciando qualche chiesa (di legno) e tirando dritto per arrivare ad un genere diventato curiosamente mondiale, con un nome come depressive black metal che non è neanche semplice da un punto di vista di marketing. Non semplice, ma onesto: composizioni lunghe, affannose, con la voce che dallo scream tipico del metal estremo diventa ora un pianto, ora un singhiozzo, ora un urlo disperato e incoerente. Il tutto con una produzione lo-fi un po’ intenzionale e un po’ no, e inserti ambient per dare spazio al sentimento.

Già, l’ambient, che sulla carta è quanto di più lontano dal metal ci possa essere – eppure spunta fuori ciclicamente come contaminazione. Dei vari sottogeneri che nascono da un incontro del genere, il drone è il più famoso e il più integralista: come insegnano i Sunn o))), e prima di loro gli Earth, brani lunghi (anche venti minuti), pochissime note dilatate all’estremo, ricerca della distorsione assoluta, rifiuto della struttura in senso tradizionale. E’ metal, ma è così lontano dalle frontiere della ambient colta come la lowercase di Steve Roden? Certo, cambia ancora una volta l’oggetto della ricerca: la drone nasce dal metal occulto (cioè dai Black Sabbath, dopo qualche centinaio di rielaborazioni) e ne riprende temi e atmosfere, la lowercase (suoni flebili amplificati al massimo, come i fruscii della carta in Forms of Paper di Roden) è un understatement, un silenzio solo apparente che non si impone ma chiede di essere cercato. La drone vive sui volumi altissimi, quasi malsani (e qui andrebbe aperta una parentesi sulla Danger Music, cioè la noise che prevede il danno fisico come parte – provocatoria – della performance), ma dilata il suono e lo rende paradossalmente sommesso avvicinandosi più del voluto alle frontiere ambient.

Ogni idea musicale può essere portata all’estremo, ma le destinazioni (ideali) sono due: o rumore o silenzio. Entrambe sono caotiche, entrambe aliene e cariche di conseguenze mentali. E quindi dalla diversità si arriva quasi al contatto, con la voglia di spingersi sempre oltre.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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