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Al di là del costruito: i ponti di Soleri

Soleri_2593705bQualche giorno fa nelle aule della Facoltà di Architettura di Vallegiulia a Roma, si è tentuta la conferenza di Amanda Levete, uno degli esponenti più rappresentativi della corrente britannica dell’architettura contemporanea. Il percorso professionale della Levete ha avuto inizio a vertice dello studio Future System con il ceco Jan Kaplický . Fondato su una formazione a Union Flag tra gli studi di Norman Foster, David Lasdun e Richard Rogers, lo studio FS, figlio bionico dei padri dell’high tech, ha corso in quella direzione che è oltre la barriera del presente: là dove l’architettura e la sperimentazione s’intrecciano, a volte dimentichi della realtà contingente, per dare vita a brani di futuro, seducenti come non. Le visioni di Jan Kaplický hanno trovato una rara alleanza nella capacità realizzativa della Levete e forse senza di lei sarebbero rimaste solo sulla carta, perché lo stesso Kaplický preferiva tenere i propri progetti su inchiostro, senza lasciarli ferire dall’incuria del mondo reale.
Esistono storie che si ripongono nella trincea di quell’indistinto confine graffiato tra progetto e realizzazione, idee e realtà. Gli Unbuilt Projects sono quelle stesure d’immagine che raccontano nel più profondo l’animo dei loro padri. Spesso interrotti per motivi di irrealizzabilità, per inadeguatezza al contesto, oppure del contesto, nascono in una tensione protesa ad un infinito non finito e proprio per questo piena di suggestione: il fascino eterno dell’energia potenziale che non entra mai in atto, a voler scomodare Aristotele; il dito di Platone che indica al cielo delle idee nella Scuola di Atene, scomodando Raffaello.
L’Italia, in quanto luogo primo della complessità, ha generato molti padri del non costruito, a partire dalle famose letture intrecciate piranesiane, ai morfemi puriniani ed ai colossi d’Aymonino. La stessa capitale fu laboratorio nel 1978 per una proposta di progetti su carta a partire dalla pianta del Nolli, raccolti in un’unica mostra a titolo Roma interrotta. Concorsi su concorsi che si son conclusi senza vincitori né vinti raccogliendo firme autorevoli e progetti preziosi.
Negli Unbuilt spesso si sono versate le speranze di mutamenti sociali non avvenuti. Progetti immaginati per società future e migliori. In questa linea operava una figura poco nominata nelle facoltà d’architettura odierne, che può incarnare al meglio il ruolo dell’architetto idealista, in quanto padre di infinite città, ma tutte irrealizzate: Paolo Soleri.

The beast_1947
The beast, 1947

Nato e laureatosi a Torino, trasferitosi negli USA nel ’47, il giovane Soleri iniziò la sua carriera allo studio di uno dei titani del Novecento: F.L.Wright. In questo periodo e negli anni seguenti produsse la rilevante serie di progetti per ponti, di natura organica, che anticiparono di oltre cinquant’anni le formalità contemporanee: gesti di grafite che a distanza di mezzo secolo si spiegano con maggiore eleganza degli arditi squilibri decostruttivisti. Ponti di connessione e ponti abitati, allegorie splendide dell’incontro di unione fra diversità. Nel panorama attuale questi gesti di solidarietà espressi in calcestruzzo sono lezioni importanti agli occhi per l’architettura e  la vita stessa.  Video sui ponti di Soleri

Ponte per il Lussemburgo
Lussemburg Bridge, 1957

In contrasto con le teorie urbanistiche estensive, alla Broadacre city, che avevano da sempre animato lo studio di Taliesin, l’architetto italiano lasciò il maestro americano e si trasferì nelle aree desertiche dell’Arizona per dare vita a quello che intendeva essere il suo progetto di città del futuro: nel minor consumo di suolo possibile grandi macrostrutture organiche si sarebbero erette come palafitte per ospitare abitanti e natura, in continuo dialogo. La stessa vita di Soleri fu un progetto, una filosofia dell’essere che trovava materia nella sua casa, nelle ceramiche e negli oggetti del quotidiano vissuto, anticipando di decenni l’attenzione al territorio ed al paesaggio.

paolo Soleri, Double Cantilever Bridge, model, ca.1960. Silt cast plaster, 10 x 63 12 x 12 inches.
Double Cantilever Bridge, model, ca.1960. Silt cast plaster, 10 x 63 12 x 12 inches.

Di alcuni di questi Unbuilt si potrebbe dire che furono mal progettati proprio perché anacronistici ed irrealizzabili, ma se furono disprezzati e ritenuti follie del loro tempo, spesso, sono stati amati a posteriori e nella loro vita fuori epoca sono stati resi così messaggeri di ideali eterni e visioni profetiche.
Per citare il maestro romano dell’ingegneria del sogno Maurizio Sacripanti, che produsse i progetti più avveniristici del secondo Novecento, mai costruiti, nell’incipit del suo libro Città di Frontiera:

“I progetti illustrati in questo libro sono, di quanto ho detto, i mattoni; e li presento perché sono i sistemi che hanno prodotto immagini d’una città che mi porto nella testa. […] La storia di questi progetti rappresenta la mia lotta contro la viscosità sociale ma soprattutto contro una viscosità mentale che ciascuno di noi porta in sé. […] L’ombra del mondo non va “ignorata”, va “adoperata”.”

Gli Unbuilt sono come  campane nel deserto, solo chi attraversa i luoghi della ricerca può ascoltare e coglierne da dove arriva il suono.

Paolo SOleri e le campane artigianali da lui realizzate nel laboratorio in Arizona
Paolo Soleri e le campane artigianali da lui realizzate nel laboratorio in Arizona.

 

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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