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In che modo l’UE dovrebbe rispondere alla sfida dei rifugiati e dei migranti?

La quantità di migranti entrati all’interno dell’Unione europea solo nel 2015 è impressionante. Nel periodo da gennaio ad agosto, infatti, più di 350.000 migranti sono stati accolti alle frontiere dell’Ue, a fronte dei 280.000 dell’intero anno 2014. Tale stima, effettuata dall’International Organization for Migration (IOM), non include i tanti immigrati che non sono stati rilevati dalle autorità competenti, i c.d. immigrati illegali (o clandestini). Il totale di 350.000, comprende più di 230.000 migranti che sono entrati dalla Grecia e quasi 115.000 dall’Italia. Nel 2012 sono stati rilevati più di 70.000 immigrati illegali e circa 100.000 nel 2013. Considerando il trend, si può dunque osservare, nell’ultimo periodo, un significativo incremento dell’immigrazione illegale nell’Ue.
La maggior parte delle persone giunte in Europa quest’anno (oltre il 60%, secondo l’Ue), sono richiedenti asilo che provengono da paesi come la Siria, l’Afghanistan e l’Eritrea. Sono persone distrutte dalla guerra, dall’oppressione e dall’estremismo imperversante nei loro paesi d’origine. Non sono dei semplici migranti che fuggono dalla povertà (migranti economici).
Trattando dei problemi che l’Ue sta affrontando a causa dell’immigrazione clandestina, è opportuno soffermarsi sulla crisi umanitaria cui si è di fronte, la quale concerne gli individui che vogliono raggiungere l’Europa. Mi riferisco, com’è noto, al traffico di esseri umani, compiuto dai c.d. smugglers (i trafficanti di migranti), alle violazioni massicce e sistematiche dei diritti del’uomo (c.d. gross violations), da cui questi fuggono e ai numerosi morti che vengono sovente rinvenuti in mare. L’Ue ha il dovere di rispondere a questa crisi.

I numeri, in aumento, degli immigrati illegali vanno ben oltre le inadeguate capacità di accoglienza delle infrastrutture esistenti nell’Unione (si pensi ad esempio al C.A.R.A. di Bari) e lo scarso numero di persone adibite a fronteggiare un simile compito (Guardia costiera, polizia, autorità frontaliere, interpreti, ecc.). Anche le procedure necessarie per far fronte a tale fenomeno sono molto farraginose e poco adeguate alla portata della crisi. Si pensi alla procedura di identificazione dello straniero; a quella dell’ammissione temporanea; a quella per il rimpatrio, qualora la richiesta non venisse accolta e ancora, alla procedura di trasferimento ad un altro Stato, se fosse accolta. I migranti che entrano nell’Ue, spesso poi attraversano i confini interni all’Unione per raggiungere le destinazioni realmente desiderate (principalmente l’Europa del nord). Ciò provoca tensioni tra gli Stati membri e ha condotto a crescenti restrizioni poste dagli Stati sulla libera circolazione all’interno dell’Unione europea. La decisione del Primo ministro ungherese V. Orbán, presa lo scorso settembre, di chiudere le frontiere con la Croazia e la Slovenia, ne è un chiaro esempio. Questo porta, di conseguenza, ad un’erosione delle garanzie istituite con il Trattato di Schengen.
Il diritto internazionale non impone obblighi agli Stati per ciò che concerne l’ammissione e l’espulsione degli stranieri. Uno Stato ha infatti piena libertà nello stabilire la propria politica nel settore dell’immigrazione. Gli unici limiti alla discrezionalità di uno Stato, a tal riguardo, sono stati posti dalla Convenzione di Ginevra del 1951 (sullo status di rifugiato), la quale, dopo aver statuito una definizione di rifugiato universalmente applicabile, sancisce il principio secondo il quale nessun rifugiato può essere respinto verso uno Stato in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate (c.d. principio del non-refoulement).
L’articolo 1 della Convenzione di Ginevra qualifica come rifugiato “Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole, domandare la protezione di detto Stato … “.
Gli Stati di frontiera (come l’Italia, la Grecia, la Spagna, la Romania e la Bulgaria), sono stati spesso criticati per non aver sorvegliato diligentemente i loro confini, non avendo effettuato controlli efficaci nella lotta contro l’immigrazione clandestina. Una tale accusa è stata mossa da paesi quali la Germania, il Regno Unito, la Francia e dai paesi scandinavi, i quali, sono stati a loro volta criticati dai paesi frontalieri per non aver fornito loro sufficienti aiuti economici e materiali. Un noto esempio di tali iniziative volte a contrastare l’immigrazione clandestina è senza dubbio l’operazione italiana Mare Nostrum, decisa a fine 2013, a seguito del tragico naufragio di Lampedusa che causò più di 300 morti. Tale operazione aveva come obiettivo garantire la salvaguardia della vita in mare ed arrestare gli scafisti. Furono impiegati mezzi della Marina Militare, della Guardia costiera, dell’aeronautica e della Guardia di finanza. Questa operazione si spinse fino a 100 miglia marine dalle coste italiane, cioè fino quasi a ridosso di quelle libiche. Si ottenne come risultato il soccorso di oltre 160 mila migranti e furono consegnati alla giustizia italiana oltre 300 scafisti. L’operazione, che durò 12 mesi e costò circa 9,5 milioni di euro al mese (fu quasi interamente finanziata dall’Italia), venne considerata un successo se comparata all’Operazione Triton. L’operazione Mare Nostrum, così concepita, non poteva durare: imponeva eccessivi sacrifici economici al nostro Paese. A fine 2014, su iniziativa di Frontex, è partita l’operazione Triton dell’Ue. Frontex, creata nel 2004 e con sede a Varsavia, è l’agenzia europea che coordina il pattugliamento delle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. Il compito dell’operazione Triton è quello di controllare le frontiere e, solo in caso di necessità, operare anche interventi di ricerca e soccorso (c.d. SAR, search and rescue). Il budget mensile stanziato per questa operazione è di circa 3 milioni di euro. Tuttavia, a seguito del Consiglio europeo straordinario tenutosi nell’aprile scorso, la somma destinata a finanziare Triton è stata triplicata, con l’intento di fronteggiare il trend, costantemente in aumento, dei migranti che sbarcano in Italia.

Si assiste ad una crescente preoccupazione tra i cittadini europei circa l’aumento del numero di immigrati. Sta dilagando il malcontento nei confronti di un simile fenomeno e stanno aumentando i timori di eventuali scontri culturali, di eventuali atti di violenza contro gli immigrati e, conseguentemente, si sta assistendo ad una significativa reviviscenza dei sentimenti xenofobi e nazionalisti (si pensi anche al crescente consenso acquisito dal Front National in Francia). Anche le critiche nei confronti dell’UE, spesso accusata di essere la responsabile dell’aumento del numero di migranti, si sono intensificate.

Successivamente agli attacchi terroristici avvenuti a Parigi il 13 novembre scorso, si è assistito ad un accentuarsi della preoccupazione che i terroristi, che non risiedono nell’Ue, possano giungere in Europa facendo finta di essere dei rifugiati. Vi sono altresì paure, circa l’efficienza dei controlli alle frontiere Ue. Una possibilità, per nulla irrealistica, è quella in cui, cittadini europei simpatizzanti di Daesh, una volta raggiunta la Siria, al fine di svolgere un addestramento militare, decidono poi di ritornare in Europa con l’intenzione di compiere atti di terrorismo.
La reazione dell’Ue a questo momento delicato è stata spesso considerata inefficiente a causa del debole coordinamento tra gli Stati membri dovuto alla priorità di tutelare interessi nazionali piuttosto che quelli dell’Unione.

È opportuno, a mio avviso, porsi delle domande per il futuro. Al di là dell’odierna crisi, viene in luce la questione di comprendere se tale fenomeno è temporaneo, ad esempio causato solo dalla guerra civile in Siria ed dalla critica situazione in Libia, oppure se fa parte di una crescente tendenza degli spostamenti dei cittadini extracomunitari verso gli Stati Ue, animata dalla speranza di trovare una migliore situazione economica e migliori condizioni di sicurezza e di libertà.
Ad ogni modo è opportuno sottolineare gli sforzi per la riappacificazione nelle zone di guerra dalle quali i rifugiati fuggono. Si tengano a mente gli sforzi compiuti per formare un unico Governo effettivo in Libia e quelli per rafforzare lo stato di diritto, cercando di raggiungere un accordo tra tutti i gruppi legittimi presenti nel paese. Simili interventi sono cruciali perché volti a limitare la diffusione di Daesh e a spezzare, direttamente alla sua radice, l’attuale crisi umanitaria in Libia.

L’economia dell’Ue è ancora in recessione e la popolazione dell’Unione in generale sta invecchiando. I giovani migranti possono dunque giocare un ruolo fondamentale nei processi di ripresa economica.

Vi è, inoltre, la necessità di integrare rapidamente ed efficacemente quei migranti che hanno il permesso di rimanere nella nostra società. Alcuni esperti sostengono che molti Stati dell’Ue, a seguito del costante invecchiamento della popolazione, avrebbero bisogno di migranti, in quanto giovane forza lavoro impiegabile nel breve periodo. Infine, ritengo sia improbabile che una simile crisi umanitaria termini a breve. I governi dell’Unione europea sono pertanto chiamati a rispondere alla duplice esigenza di contrastare l’immigrazione irregolare e, allo stesso tempo, tutelare i soggetti particolarmente bisognosi di protezione internazionale.

About Riccardo Di Marco

Riccardo Di Marco
Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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