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Banche, bail-in e caviale

Il “salvataggio “ o “ fallimento” di quattro istituti di credito è da settimane l’argomento al centro del dibattito mediatico e politico. Gli intrecci e i possibili conflitti d’interessi hanno reso una faccenda già drammatica, ancor più grave. In questo quadro che vede, senza mia nessuna sorpresa visti i passati commissariamenti e alai in merito della BCE, migliaia di persone prive dei risparmi di una vita si è inserita la disinformazione. Questa tendenza all’approssimazione e al giustizialismo da scrivania del nostro giornalismo si amplifica allorché si concentra sugli strumenti europei.

Con le seguenti righe proverò a far chiarezza sull’ormai famoso bail in e sulla sua genesi.

Innanzitutto, la gestione delle crisi bancarie europee vede la sua regolamentazione attraverso lla direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive), la quale è entrata in vigore il 1 gennaio del 2015.
Con bail in “salvataggio interno” si definisce la svalutazione di azioni e crediti e la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in difficoltà (o una nuova entità che ne continui le funzioni essenziali).

Dal bail-in sono escluse alcune passività:

– i depositi di importo fino a 100mila euro (protetti dal sistema di garanzia dei depositi);

– passività garantite come covered bonds e altri strumenti garantiti;
– passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela (come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza) o in virtù di una relazione fiduciaria (come i titoli detenuti in un conto apposito);

– passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;

– passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;

– debiti verso dipendenti, debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

LA GENESI-
L’accordo sul Bail-in è stato firmato nel giugno del 2013, subito dopo il salvataggio di Cipro. La norma prevede che, nel caso di una crisi bancaria, siano i correntisti e gli investitori a pagare per salvare l’istituto e, in un secondo momento, lo Stato.

All’epoca dell’intesa, furono in molti a sostenere che dietro le parole “fallimento ordinato (altro nome utilizzato per descrivere il meccanismo del bail in) si nascondesse in realtà la volontà di codificare a livello comunitario il ben più famoso prelievo forzoso che anche l’Italia ha sperimentato nell’ormai celeberrimo caso del 1992, sotto il Governo tecnico Amato.

Scendendo nel dettaglio, la nuova legge ha eliminato il bail out, il meccanismo in base al quale è lo Stato a intervenire in caso di difficoltà, e vara il bail in, che invece coinvolge in prima battuta i privati. Quindi, se una banca rischia il default, i primi a dover sborsare il proprio denaro saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti meno assicurati (le obbligazioni subordinate verranno coinvolte nel pagamento) e dai depositi bancari superiori ai centomila euro. La direttiva dunque garantisce solo i depositi inferiori a tale soglia.Come a dire una mano ai più deboli, almeno formalmente. Sì perché poi la ricerca di soluzioni ai problemi dei cda amici, ha fatto in modo tale che nessuno vigilasse sulla truffa a ignari investitori.
Resta la disperazione di chi ha perso tutto. Ma, forse, ancor più grave è il perbenismo ostentato da chi non ha vigilato e ha ignorato scientemente il problema.

D’altronde è solo l’inizio e nel palazzo d’inverno la finta intellighenzia mangia ancora caviale. Caviale bagnato dal rosso del Chianti, dal sangue di cittadini non più sovrani.


 

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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