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I rischi dello streaming

La pervasività dei servizi di streaming musicale è sicuramente una freccia in più all’arco degli ascoltatori di ogni foggia e provenienza. Prima che fosse forzosamente rimosso dalla rete usavo di tanto in tanto Grooveshark, il cui intuitivo sistema di queuing e l’assenza di pubblicità rispondevano a certe mie esigenze, ma da quando lo squalo è stato ammazzato ho avuto scarso interesse nel trovare un sostituto.
Spero di non passare per un passatista/luddista perché davvero lungi da me, ma penso ci siano buone ragioni pratiche per non usufruire dei servizi di streaming (su quelle etiche non mi sento di pronunciarmi, anche e soprattutto perché le mie credenziali in quel senso sono a dir poco dubbie). Per “ragioni pratiche” intendo legate al tipo di consumo musicale che questi servizi favoriscono, e il mio discorso parte dall’opinione di fondo che in fatto di intrattenimento, nel senso più lato possibile del termine, le soddisfazioni immediate sono raramente davvero soddisfacenti. Scopo di questo post non è screditare la musica pop che anzi considero una parte importante della mia dieta culturale, quanto piuttosto metterne in prospettiva la fruizione in termini degli effetti che questa ha sul resto della mia e nostra alimentazione musicale.
La musica pop mainstream è per sua stessa natura un prodotto commerciale pensato per alcuni scenari di fruizione spesso estemporanei. Questo è completamente accettabile, e ci sono orde di band “genuine” e “indipendenti” che non potrebbero in mille anni arrivare vicino alla magnificenza di certi singoli di Mariah Carey o Usher, ma c’è da riconoscere che la differenza di fruizione tra la musica di questi artisti e quella di altri, la cui unità di misura è il classico LP, è sostanziale, paragonabile a quella tra cinema e TV.
Per qualcuno come me che ha imparato col tempo ad apprezzare la fruizione estemporanea caratteristica della musica pop, proveniendo da un retroterra, quello metal, in cui la sistematicità dello studio dell’opera dei grandi del passato arriva ad avere un retrogusto filologico, c’è voluto del tempo prima di sviluppare gli anticorpi necessari a gestire questa estemporaneità che, se non ho mai avvertito come pericolosa, non dubito di aver mal gestito per lunghi tratti della mia carriera di ascoltatore. Sto parlando di problematiche che il grande pubblico, non avendo la cultura dell’album, non si è mai dovuto porre, ma presupponendo un uditorio più o meno nerd per questa rubrica, immagino di non essere il solo alla ricerca di un equilibrio tra il poptimist che non voglio rinunciare ad essere, e la mia incancellabile identità di scavatore ossessivo.
In questo senso preferisco di gran lunga che la mia insulina musicale provenga da YouTube piuttosto che da qualcosa come Spotify. Questo da una parte per questioni di mie abitudini di ascolto che non necessariamente saranno condivise, dall’altra per degli squilibri che il tipo di fruizione incoraggiata dai servizi di streaming mi sembra causare. L’ampiezza dei cataloghi e l’imbarazzo della scelta che Spotify mette a disposizione dei propri utenti rispetto a una collezione plasmata col tempo dall’utente, per esempio, può facilmente portare a una forma di ADD musicale che non riesco a considerare positiva. Una qualche forma di scarsezza di risorse, anche se autoimposta, stimola la curiosità più della scelta illimitata, e il doversi adattare ad una qualche curva d’apprendimento porta a soddisfazioni maggiori di quelle che un consumo istintivo potrà mai garantire.
YouTube in questo si differenzia da Spotify perché introducendo la dimensione visuale (che nella musica pop contemporanea è quasi di pari importanza rispetto alla colonna sonora) fornisce all’utente un altro asse di consumo “consapevole” ed approfondito, che rappresenta un ostacolo alla riduzione del prodotto musicale a semplice sottofondo.
Chiaramente Spotify è un mezzo, una possibilità, e in quanto tale non va assolutamente demonizzato, sarà l’ascoltatore col suo personale modus di utilizzo a decretarne l’utilità o potenzialmente la dannosità. Quello che volevo sottolineare oggi è solo che questa seconda possibilità esiste, e che mi sembra ingenuo acclamare questa forma di nuovo che avanza come il Sacro Graal definitivo dell’appassionato di musica.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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