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Il Morricone sbagliato

Ma a voi sembra giusto che Ennio Morricone, icona dell’arte della colonna sonora in tutto il mondo, abbia vinto solo tre Golden Globe, un premio AFI e un Oscar alla carriera? Le sue più grandi composizioni rimangono nella memoria degli appassionati, ma non nei record. Però non credo nel karma e nella necessità di restituire equilibrio al mondo. E ieri il Golden Globe per The Hateful Eight Morricone non lo doveva vincere.

Vero, il nuovo film di Quentin Tarantino è un’operazione interessante di repackaging, di collage di nostalgie; e, dopo la semicollaborazione (non senza qualche polemica) in Django Unchained, l’incontro tra Morricone e Tarantino è la chiusura di un cerchio creativo che rende onore al cinema italiano. Ma ignoriamo un attimo il fatto che i premi tecnici vengono dati sostanzialmente a caso e facciamoci questa domanda: cosa chiediamo da una colonna sonora? Morricone si giocava il Globe con quattro altri lavori. C’è l’emergente Daniel Pemberton per Jobs, Carter Burwell che è una garanzia e ha lavorato a Carol, Alexandre Desplat che con The Danish Girl non ha firmato uno degli episodi più felici della sua strepitosa carriera, e c’è il duo Alva Noto + Ryuichi Sakamoto per The Revenant.

Ora, Alva Noto è uno dei compositori contemporanei più apprezzati nei circoli di post-post-post-avanguardia, dal momento che è stato il primo ad inserire in un contesto strutturato le intuizioni glitch e microsound, lavorando con suoni elettronici “puri” per così dire, e cercando una relazione tra pulsazioni e video. Ryuichi Sakamoto viene dalla Yellow Magic Orchestra, ed è un vate di chi dal rock e dall’elettronica cerca di avvicinarsi ai compositori contemporanei; ha vinto Oscar e Golden Globe, ma il grosso della sua produzione è lontano dal cinema. Va da sé, ovviamente, che non sia il curriculum a decretare un vincitore – anche perché altrimenti Morricone avrebbe pochi eguali.

Confrontando le due colonne sonore, partono chiaramente da intenti diversi e da visioni diverse della musica in quanto tale e in rapporto allo schermo. Morricone è un compositore senza dubbio brillante con una tradizione molto composita, che in giovinezza ha abbracciato anche la sperimentazione più aggressiva con il Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza, in cui era trombettista e leader ufficioso. Il suo lavoro per il cinema è più convenzionale, e si basa sulla ricerca del motivetto prima di ogni altra cosa: l’affinità per la melodia ha permesso a Morricone di affacciarsi in territori pop senza perdere identità (Se Telefonando, ma anche Ogni Volta di Paul Anka), e colloca il suo cinema nel mondo dell’operetta, del teatro leggero, della commedia delicata. Morricone segue lo spettatore immaginario, cercando di suscitare con la melodia un ricordo immediato.

D’altronde, come lo stesso Morricone ricordò in una lectio magistralis a Roma, non si può dire che la musica “destinata” abbia meno dignità di quella “assoluta”. Evidente soprattutto quando prendiamo composizioni come L’Ultima Diligenza di Red Rock, che contiene il tema portante di The Hateful Eight ed è un graffio di altissima qualità. Ma, confrontato con la colonna sonora di The Revenant, ha un sapore senza dubbio molto classico. Noto e Sakamoto, pur rinunciando a gran parte delle loro architetture elettroniche, compongono per Iñárritu un’opera compiuta, che prende di punta l’oggetto-film e ne cambia la sostanza. Nei densi crescendo del duo c’è un colore che si aggiunge all’immagine, e allo stesso tempo sopravvive anche lontano dallo schermo.

Non ci si può aspettare che i premi vinti da Trent Reznor e Atticus Ross per The Social Network potessero cambiare il mondo delle colonne sonore, anche perché molti film chiedono un’operazione orchestrale tradizionale – basti pensare a Star Wars, che è sorretto anche dalle ispirazioni wagneriane di John Williams. Però, visto che Alva Noto e Sakamoto non hanno l’appeal di Reznor, il rischio è che uno stile non solo elegante e coraggioso, ma il cui spessore artistico esiste a prescindere dal film, venga trascurato. Morricone è un simbolo di un cinema a cui io per primo sono affezionato. Ma è dalle mani di chi aggredisce la musica che passa l’evoluzione dei generi.

About Filippo Festuccia

Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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