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Ultime Spiagge

L’annuncio di un nuovo disco di Lady Gaga ha un sapore da ultima spiaggia. Strano, perché oltre ad aver appena vinto un Golden Globe come miglior attrice non protagonista in una serie tv per American Horror Story, Gaga ha lasciato sul pop un segno indelebile con The Fame Monster e Born This Way. Era il 2011, sembra passato un secolo. In mezzo due delusioni, lo sconclusionato ARTPOP e Cheek to Cheek, duetto fané con il quasi novantenne Tony Bennett. Il prossimo album deve essere il ritorno di Lady Gaga, o la fine della sua carriera musicale. A trent’anni deve essere una strana sensazione, ma televisione e cinema sono un bel paracadute.

A Kesha è andata peggio. La sua carriera è congelata per via della causa contro Dr. Luke, l’ex produttore accusato di averla ripetutamente violentata e drogata. E Kesha, che nel frattempo è andata in clinica per curarsi dalla bulimia, è prigioniera del contratto in esclusiva con Dr. Luke e la Sony. Persino il progetto con i Flaming Lips è dovuto saltare, e la band è passata a lavorare con Miley Cyrus (pubblicando quest’anno lo straordinario Miley and Her Dead Petz). I Guns’n’Roses, intanto, hanno annunciato una reunion, ricucendo lo strappo durato vent’anni tra Axl Rose e Slash: i musicisti conoscono l’arte del comeback, piena di insidie ma in grado di consegnare nomi un po’ dimenticati alla leggenda.

Persino Elvis fu costretto a reinventarsi: dopo sette anni passati a inseguire il successo cinematografico e televisivo, bersagliato dalla costante derisione della critica, il Comeback Special del 1968 (prima apparizione live dal 1961) lo ripropose come leggenda incontestabile del rock, in un’epoca che lo aveva dimenticato per appassionarsi ai Beatles, agli Stones e alla Woodstock Generation. La capacità del rock di saltare le generazioni rimane stupefacente: pensiamo agli Aerosmith (da polverosa band blues a dominatori della scena glam), ai Black Sabbath (risorti almeno tre volte, la più clamorosa nel 1980 con l’ex Rainbow Ronnie James Dio al posto di Ozzy Osbourne), al glorioso ritorno dei My Bloody Valentine nel 2007 o agli U2 di All That You Can’t Leave Behind. Sono storie spesso talmente tormentate da prestarsi al racconto cinematografico: per citare due preferiti, il documentario The Story of Anvil che vede una band metal canadese riformarsi vent’anni dopo aver sfiorato il successo e ottenere la meritata gloria, e Joan Jett (interpretata da Kristen Stewart in The Runaways, la storia del più grande gruppo rock al femminile) che riesce ad evitare il crollo della band e trova il successo da solista dopo essere stata rifiutata da 23 case discografiche.

La nostalgia, però, a volte gioca brutti scherzi, e nemmeno i più grandi sono al sicuro. Se dai Sex Pistols del 2002 ci si poteva aspettare solo tristezza, i Led Zeppelin del Live Aid sono una delusione ancora bruciante. In effetti dai grandi tour di reunion è più sano aspettarsi materiale comico, in modo da essere genuinamente sorpresi quando il risultato finale è coinvolgente – come l’ultimo tour degli OutKast, uno show spiazzante, old school, anni ottanta nel migliore dei modi possibili. Se poi la reunion è per un disco, fuoco ai cannoni: o si è grandi musicisti (come Pat Metheny e Gary Burton, che ogni quindici anni creano nuove magie) o l’uscita avrà solo valore commerciale. I Metallica di Death Magnetic, gli Stooges di The Weirdness, le Hole di Nobody’s Daughter, gli Eagles di Long Road Out of Heaven, e poi ancora The Bridge di Grandmaster Flash e Devil’s Playground di Billy Idol: un cimitero di cattive intenzioni.

Anche qui, le eccezioni sono da collezionare, e dimostrano che c’è sempre speranza. Kate Bush c’è riuscita due volte, con la rinascita nel 2005 (Aerial, uscito dodici anni dopo The Red Shoes) e la grande conferma nel 2011 (50 Words for Snow). Altri – Peter Gabriel, Jane’s Addiction, New York Dolls, Sade, Gil Scott-Heron, Swans, Portishead, Wire – hanno aggiunto capitoli a volte interessanti, a volte anche imprescindibili alle loro carriere. A tutti quelli che nel 2016 tornano auguriamo il meglio. E, se proprio il disco fosse brutto, lo ignoreremo senza infierire.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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