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Lo strano caso del licenziamento di David Blatt da parte dei Cleveland Cavaliers

Una finale NBA raggiunta al primo anno su una panchina e un record di vittorie del 67.5% evidentemente non sono bastati. David Blatt non è più l’allenatore dei Cleveland Cavaliers ed è la prima volta che un coach in testa alla sua Conference viene rimosso dall’incarico. Non è, però, l’allenatore licenziato con il miglior record: Avery Johnson perse il posto ai Mavericks dopo aver collezionato in tre stagioni e mezzo un record di vittorie pari al 73.5% (194-74), che all’epoca lo classificava come il miglior coach della storia NBA per percentuale di successi in regular season. Tuttavia, a concorrere al licenziamento di Johnson furono le pessime prestazioni della squadra nei Playoffs: dopo la sconfitta nelle Finals 2006 (i Mavs, sopra 2-0, persero 4-2 contro Miami), Dallas uscì al primo turno nel 2007 e nel 2008. Nel 2007, tra l’altro, contro i Golden State Warriors arrivati ottavi in stagione regolare.

Più difficile, invece, trovare motivazioni effettive per giustificare il licenziamento di Blatt. Almeno sul campo. Cleveland di certo non ha giocato una pallacanestro scintillante sotto la sua gestione, ma ha raggiunto i massimi traguardi possibili: le Finals 2015 (impossibili da vincere contro una squadra come Golden State e senza gli infortunati Irving e Love) e il primo posto momentaneo nella Eastern Conference durante la stagione ancora in corso. Le ragioni della scelta del gm David Griffin, dunque, vanno ricercate fuori dal rettangolo di gioco. Per esempio in un rapporto con LeBron James che non è mai decollato, come testimoniato da un articolo di ESPN del gennaio 2015. Le supposizioni dell’epoca raccontavano di una squadra molto più incline ad ascoltare il vice allenatore Tyronn Lue (che adesso ha effettivamente preso il posto di Blatt) e di un James che rilasciò già all’epoca criptiche dichiarazioni («È il nostro allenatore, non ne abbiamo un altro. Il nostro allenatore è David Blatt e abbiamo degli assistenti che con lui preparano un piano-partita per noi»).

Come al solito, quando nello sport statunitense avvengono eventi di questa portata, si scatenano i giornalisti alla caccia dei rumors e delle dichiarazioni. Carlisle ci è andato giù pesante, affermando che il licenziamento di Blatt è motivo di imbarazzo per l’intera NBA. È uscita anche la notizia che, in estate, LeBron James e il suo agente avessero fatto pressioni per sostituire Blatt con Mark Jackson. Ma l’intervista più interessante è quella rilasciata da Brendan Haywood, che dei Cavs 2014/2015 ha fatto parte, a Bleacher Report. L’ex centro di Cleveland ha sostanzialmente raccontato un quadro in cui Blatt aveva paura di affrontare LeBron James. La stella dei Cavs non veniva mai fronteggiata apertamente dall’allenatore, né ripresa per i suoi errori. Haywood ha raccontato di una sessione video in cui, nonostante venissero mostrati alcuni evidenti errori di James, Blatt non ha mai rivolto la parola al giocatore. Tanto da ricevere le lamentele di James Jones. Secondo Haywood, questo comportamento sarebbe alla base della rottura tra Blatt e il gruppo.

Insomma, la situazione legata al licenziamento di Blatt è strana e paradossale, se consideriamo i risultati ottenuti dall’allenatore. E, dalle rivelazioni ottenute dai media statunitensi, non è neanche così facile capire se il problema principale fosse il mancato gradimento da parte di LeBron o da parte del resto dei giocatori. Fatto sta che adesso Tyronn Lue, che almeno stando alle parole dei media sarebbe più gradito ai componenti del roster, ha un compito difficilissimo. Che non è iniziato nel migliore dei modi: all’esordio ha subito una brutta sconfitta casalinga contro i Bulls, con il pubblico di casa che ha fischiato i Cavs a fine partita. Se la mossa del front office era volta a scuotere l’ambiente, l’inizio non è stato affatto incoraggiante. Oltretutto il momento scelto è singolare: la parte centrale di una stagione in cui i Cavs puntano a confermarsi come prima forza della Eastern Conference, accreditati come possibili vincitori del titolo in virtù della presenza di Love (assente dal secondo turno dei Playoffs 2015) e Irving (che saltò quasi tutta la serie finale).

Per Blatt, invece, il licenziamento potrebbe non essere per forza una sconfitta. Innanzitutto, è stato rimosso dall’incarico in un momento in cui, oggettivamente, non aveva ancora fallito nulla. Diversa sarebbe stata la questione se, ad esempio, i Cavs avessero rimediato una brutta figura nel corso dei Playoffs con lui in panchina. Inoltre, diversi colleghi e addetti ai lavori si sono schierati dalla sua parte, a dimostrazione che l’ex coach del Maccabi ha fatto una buona impressione in questo suo primo anno e mezzo di NBA. E non ha nessuna intenzione di chiudere così la sua carriera oltreoceano. Ha dichiarato di aspettare una nuova opportunità e, tra l’altro, i Minnesota Timberwolves sarebbero già interessati a lui per costruire quella che nel futuro prossimo ─ con due giovani talenti come Wiggins e Towns ─ potrebbe essere una squadra di successo. A livello di immagine, insomma, non ci sono dubbi su chi tra i Cavs e David Blatt abbia fatto una brutta figura. Che, tra l’altro, riapre il vecchio discorso sull’importanza dei giocatori (e del loro status) in NBA. Fino a che punto l’avversione dei giocatori (o di un singolo giocatore) per un coach può influenzare a questo livello le scelte societarie? Solo l’esito di questa stagione potrà darci più dati per rispondere al quesito.

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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