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About a Pritzker: Alejandro Aravena

Sarà un articolo diverso. Autoreferenziale.
Dopo 4 anni che si scrive, si prova a dirigere una piccola e coraggiosa rubrica settimanale, come la nostra dedicata all’architettura dentro il magazine Polinice, si sente il bisogno di fare il punto.

Il mio punto si riassume nella figura di Alejandro Aravena.
Non ho mai amato questo architetto calcestruzzo e gelatina. Eppure, veicolando un’informazione ai più, ai non addetti ai lavori anche, non ci si può limitare a ciò che piace o non piace. Si ha la responsabilità di andare oltre.

Autoreferenzialmente parlando, ancora, nel 2012 il primo articolo di architettura di questa categoria portava la mia firma. Scrissi poco dopo la più insolita assegnazione di un Pritzker nel corso dell’ultimo decennio — non considerando lo strano caso di Frei Otto —, parliamo del cinese Wang Shu, ancora oggi sconosciuto al 85% degli architetti mondiali.

L’autocitazione è a un passo. Eccola:

Dopo un radicale cambio di rotta riguardo le logiche di assegnazione del premio, verrebbe più da immaginarla come una vera e propria conversione sulla via di Damasco, considerando che a fine millennio si premiavano Piano, Foster , Koolhaas, Herzog & de Meuron, mentre dieci anni più tardi si premieranno Zumthor, Sejima & Nishizawa, Souto de Moura ed il nostro Wang Shu, bisognerebbe chiedersi cosa sia successo. Dalle archistars figlie dello ¥€$ system all’architetto amateur cinese, passando per l’inarrivabile falegname svizzero, gli ultra minimal di SANAA, quasi eccessivo scrivere l’acronimo, ed il casalingo Souto de Moura (quando l’anno passato lo hanno chiamato per comunicargli del riconoscimento pensava fosse uno scherzo), il passaggio non è immediato.

Sicuramente l’ingresso nella giuria del premio da parte del guru dell’architettura cilena Alejandro Aravena, presente in commissione a partire dal 2009, anno appunto della premiazione di Zumthor, avrà avuto il suo peso. Direttore dal 2006 di Elemental, Aravena ha di certo caratterizzato il dibattito negli ultimi anni. Scrive Luca Astorri su Gizmo: “Discreto e pragmatico, il progetto -di Aravena- si sottrae al consumismo delle forme. Un’architettura concreta che tralascia il superfluo per ciò che è rilevante”.

Ne abbiamo sentite parecchie nelle ultime settimane.
Gli zeviani di sempre — magari lo fossero per davvero — per cui don Alejandro è troppo cattolico, troppo pettinato, troppo spettinato — troppo. I plutocrati d’oltremanica come Patrik Schumacher — l’omino al seguito di Zaha Hadid — che dichiara senza freni inibitori come il Pritzker sia oramai un premio per chierichetti. Volontariato a buon mercato:

The political correctness of architecture is complete. The Pritzker Prize has mutated into a prize for humanitarian work.

Lontani dal clamore possiamo soffermarci su alcune evidenti, curiose coincidenze. Aravena riceve il premio giovanissimo – il più giovane rimane Nishizawa, anche se in coppia con Sejima – prima dei cinquant’anni non lo ha vinto praticamente nessuno, erano appena cinquantenni Richard Meier e Christian de Portzamparc. Aravena vince, come detto, dopo esser stato membro dal 2009 al 2015 della medesima giuria che assegna il premio. Aravena vince prima di aprire la sua prossima Biennale di Venezia e prima di molti altri, Chipperfield ed Holl per citarne alcuni, che avrebbero meritato il premio certamente più di lui.

Così risulteremmo parziali, seppur esatti.
Perché fino ad adesso, ed è questo il pericolo della critica contemporanea, non si è parlato di architettura. Perché Alejandro Aravena è un bravo, un ottimo architetto.

Ho avuto la fortuna di visitare Santiago del Cile lo scorso novembre. Lì è collocata la gran parte delle opere del Nostro. Ho potuto apprezzare un linguaggio dinamico, flessibile, eclettico seppur riconoscibile.
Aravena è un architetto necessariamente locale e globale. Vive in un paese in movimento, il Cile, che spicca nel panorama sudamericano e mondiale per vivacità in campo architettonico.
La sua è una storia fatta di terremoti e di festival dell’architettura, di social housing e di establishment, calcestruzzo e gelatina per l’appunto.

Prima di chiudere, vale la pena soffermarsi su di un paio di lavori importanti realizzati da AA. Due edifici universitari, entrambi a Santiago. Il primo è il Centro di Innovazione Anacleto Angelini, progetto terminato da poco ma già arcinoto. Un transformer in cemento armato, brutale e sofisticatissimo. Collocato nella pace del Campus San Joaquin, tra le Ande e la metropolitana, è divenuto ben presto uno dei landmarks della città.

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Il secondo, nel centro di Santiago, è la sede della Escuela de Medicina UC. Un progetto paradigmatico rispetto alle qualità compositive di Aravena. La facciata principale, orientata a N/O, conserva delle reminiscenze kahniane, mentre il fronte secondario, che affaccia sulla biblioteca ipogea, è un raro e felice esempio di curtain wall sudamericano. Anche qui, come per il progetto di ampliamento della facoltà di architettura, Aravena si inserisce in modo intelligente in un contesto tutt’altro che facile.

Alejandro Aravena è il terzo architetto sudamericano a ricevere il premio Pritzker, primo della scuola cilena.

Un riconoscimento meritato per un professionista dell’oggi.

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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