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Il caso Kesha: artisti senza identità

Come tutte le favole, quella del musicista-eroe solitario che lotta contro il sistema delle multinazionali discografiche contiene un fondo di verità. O, per citare un cavaliere Jedi, è vera “da un certo punto di vista”. Quando si è giovani e si firma un contratto si rinuncia a molte cose per avere la possibilità di essere ascoltati. I termini economici sono sicuramente insidiosi – tra anticipi, garantite, ritenute, ventiquattresimi dei diritti d’autore, spese a carico – e spesso intrappolano i musicisti in un ciclo disco-tour-disco-tour senza fine per uscirne senza debiti. Si rinuncia anche, dicono i più intransigenti, ad un pezzo di identità artistica. O meglio, si accetta il compromesso con produttori e manager per realizzare dischi che mantengano l’unicità del performer ma vadano incontro a specifiche esigenze di chi poi la musica la deve ascoltare.

In questo processo il musicista o la band smette di essere un’unità indipendente ed entra in un team dalle competenze disparate – e senza dubbio cruciali. Cambia il sound, perché un produttore di livello fa la differenza. Cambia il look, e chiedete ai Beatles quanto conti una presentazione studiata. Cambiano le strategie, il posizionamento, la comunicazione: non si può pretendere che un cantante conosca il marketing, a meno di non voler in cambio far cantare lo stagista della casa discografica. Ogni passaggio è un pezzo di identità del singolo che passa nelle mani del team. L’oggetto-artista non esiste nella realtà: è la somma di competenze immateriali, di strategie, di proprietà intellettuali di vario genere. Esiste chi va sul palco, ed è la figura chiave. Ma un regista che scrive, sceneggia, dirige e monta un suo film, ne è unico protagonista, ne realizza la colonna sonora, non è comunque il proprietario unico del film che crea. Perché l’opera deve essere messa in commercio, o distribuita su una piattaforma, e tutti gli intermediari che legano autori e pubblico ricoprono un ruolo che il creatore non può accollarsi.

Se però il cantante lascia parti della propria identità nelle mani della sua squadra, arriva un punto in cui perde tutto? Sarebbe crudele, ma appropriato, fare questa domanda a Ke$ha, anzi Kesha, anzi Kesha Rose Sebert. La cantante pop si trova, dopo aver venduto quasi 60 milioni di dischi in tutto il mondo, prigioniera e senza possibilità di usare il suo nome o la sua musica. Kesha è ferma dal 2013 perché da contratto non può pubblicare musica se non con il nome Ke$ha, e quel nome è di proprietà del produttore Dr. Luke, che è accusato da Kesha di ripetute violenze fisiche, emotive e sessuali, di aver drogato la cantante e di averla spinta verso un grave disturbo alimentare. Dr. Luke, in risposta, ha fatto causa alla cantante e al suo staff per diffamazione, causa respinta pochi giorni fa. Al di là dei fatti personali che, se veri, sono particolarmente spiacevoli e criminali, rimane il problema: Kesha non può essere Kesha. Non ha il diritto di usare il suo nome legale per lavorare nel suo settore.

Vent’anni fa Prince si trovò in una situazione paragonabile. Chiuso in un contratto che non lo soddisfaceva ma che gli imponeva di pubblicare un certo numero di album, si rebrandizzò in successione, passando da Love Symbol – e quindi a TAFKAP, “l’artista un tempo noto come Prince” – all’inserimento di una data di morte fittizia di fianco al suo nome. In generale nelle carriere più lunghe si possono spesso trovare dischi realizzati per contratto e nulla più – o che puntano a far perdere soldi alla casa discografica “nemica”, come fece David Bowie. Ai musicisti mancano tutele contrattuali significative. Le organizzazioni sindacali e le società che tutelano autori e interpreti si occupano principalmente di pirateria e di protezione ad ampio raggio della proprietà intellettuale. Non è abbastanza. I contratti standard non sono controllati, le clausole spesso verificate di sfuggita perché sono lo strumento per raggiungere un sogno. Spotify non è Netflix, non può rivoluzionare l’intera filiera, si limita ad impattare sul consumo.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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