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Luigi Moretti: la palazzina San Maurizio a Roma

 

“L’architettura antica seppe per sensibilità e coltivata esperienza che un muro di per sé è realtà usurata, non toccante, scialba, e che se lo si vuole far vivere, esprimere, fare denso di esistenza, bisogna operarvi sopra in qualche modo, eccitare evocare le sue forze, far da esso erompere gesti e corrugamenti che ne esaltino la presenza. Le cornici, le modanature, sono appunto gli elementi ove la realtà, la concretezza, di un’architettura sembra rilevarsi nella sua massima forza.”

Luigi Moretti

Valori della modanatura, in “Spazio” n° 6, 1951, p. 8

 

Nel 1962 Luigi Moretti realizza a Roma la palazzina San Maurizio, un edificio residenziale dalle caratteristiche architettoniche estremamente interessanti, ma paradossalmente poco noto. L’elemento più interessante di quest’opera è il superamento del modo pseudo moderno dell’edilizia diffusa di quel periodo, in una tipologia largamente diffusa quale quella della palazzina signorile.

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Eppure, di Moretti conosciamo bene diverse opere coeve, simili per diversi aspetti a questa di Monte Mario: basti pensare alle ville del litorale a nord di Roma, in particolare alla Saracena, realizzate pochi anni prima e capaci di colpire sin da subito l’immaginario architettonico internazionale. In esse, attraverso l’uso della luce, delle volumetrie complesse e della materia si riconobbero gli elementi utili a modulare la plasticità dell’architettura e a farne punti fissi nella cultura dei nostri tempi. Ma in una tipologia differente e più legittimante nella sperimentazione di forme e modi nuovi di progettare.

Quest’opera ha avuto meno successo nella cultura diffusa, sebbene in essa si assista al raggiungimento di una libertà espressiva incredibilmente alta, una complessa sintesi della consapevolezza architettonica e figurativa propria di Moretti, espressa con ammirevole consapevolezza nelle ricerche sulle “Modanature classiche” o sulle “Strutture e sequenze di spazi” pubblicate negli editoriali della sua rivista “Spazio”.

Può sembrare strano parlare di sintesi di fronte ad un oggetto architettonico talmente complesso, ma volendo scomporlo ai minimi termini,  come d’altronde lo stesso architetto ci suggerisce sulle pagine di Domus (Domus n° 428, luglio 1965), esso è costituito sostanzialmente da tre elementi: le ombre profonde dei balconi, le loro curvature discontinue e tra loro differenti, la matericità dell’intonaco a grana grossa che ricopre tutto, “ricco di vibrazioni e colore”.

Nelle piante, essenzialmente differenti ad ogni livello in seguito alla diversa forma dei perimetri che le delimitano, ritroviamo quella sintesi già ricercata nella volumetria esterna. Le curvature non si limitano ad essere semplice formalismo dei balconi e degli spazi aperti, ma caratterizzano direttamente gli ambienti interni, con accenti meno esasperati, ma con un rimando continuo alla dinamicità variabile delle curve esterne, a volte policentriche, altre volte ellittiche. Questa condizione si espleta principalmente in due casi. Il più evidente si ritrova negli ambienti di rappresentanza, posti in relazione diretta con gli spazi esterni e con la vista sulla città. Non è solo un rapporto funzionale, ma soprattutto dialettico, ottenuto con forme curve tese tra il perimetro esterno che le contiene e la loro promiscuità di ambienti al contempo interni ed esterni.

Ma anche all’interno, in relazione proporzionale alla distanza tra il bordo curvilineo e la rigida spina centrale di distribuzione, sono presenti episodi che richiamano senza possibilità di errate interpretazioni agli avvenimenti esterni: accenni di curve si ritrovano in vari angoli degli appartamenti, ma la situazione più singolare si ha in una delle camere da letto dell’appartamento di sinistra del primo piano. È la riproposizione di un ambiente parzialmente ellittico, al quale vengono idealmente sottratti i volumi di due colonne che rimandano, nella memoria, ad un ambiente barocco. Non a caso, proprio da quel periodo storico, Moretti impara la drammaticità delle forme e la tensione dei rapporti, ponendoli però a contrasto con la razionalità delle linee rette che definiscono il resto degli spazi interni.

Luigi Moretti, pianta del primo livello della palazzina San Maurizio (1961) e dettaglio del raccordo tra i due corpi di fabbrica nella Casa delle Armi al Foro Italico (1934)
Luigi Moretti, pianta del primo livello della palazzina San Maurizio (1961) e dettaglio del raccordo tra i due corpi di fabbrica nella Casa delle Armi al Foro Italico (1934)

 

Bisogna notare come lo spazio ellittico sia stato presente nell’opera di Moretti già a partire dalla Casa delle Armi al Foro Italico del 1934. Lì, all’interno del volume di raccordo tra i due corpi di fabbrica principale, concluso nella sua forma chiaramente leggibile già dall’esterno, era affiancata una seconda ellisse, parzialmente definita e più piccola, alla quale era affidata la custodia della scala. Ma nella Palazzina San Maurizio assistiamo all’espressione dell’acquisita maturità di Moretti nell’uso delle forme; qui l’ellisse non ha bisogno di definirsi per buona parte, ma sa rimanere sempre porzione di una figura mai conclusa, sapientemente posta a richiamo di una spazialità definita solo parzialmente.

In questo modo, Moretti ottiene quel senso di “movimento erompente dall’interno all’esterno” chiaramente descritto nel già citato articolo su Domus:

“Alcune delle architetture barocche più intense (Borromini, S. Ivo) hanno questo strano senso di esplosione costretta nelle sue forze avverse del mondo; senso che poi è al fondo di ogni fatto, non remissivo, di architettura, che, in quanto tale, si attua sempre forzando, conquistando e rompendo il mondo esterno.”

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Un’altra notazione sulle piante riguarda la dicotomia tra i due fronti dell’edificio: se il versante affacciato sulla città è caratterizzato dalla prorompenza delle linee curve, sul lato opposto il tutto si riassesta in una uniformità fatta prevalentemente di linee rette. In questa porzione trovano infatti sistemazione gli ambienti di servizio che, attraverso questo contrappunto, vengono posti in chiara gerarchia rispetto agli altri destinati alla rappresentanza. La funzionalità e la forma sono in stretta relazione, ma nessuna delle due ha il sopravvento sull’altra.

La palazzina San Maurizio è quindi un campionario, quanto mai ricco e complesso, di elementi funzionali, tipologici, formali e materici. Il tutto, in un richiamo continuo all’architettura classica e barocca, intese non come modello da ripetere o inseguire, ma piuttosto analizzate come elementi propri del ragionamento architettonico contemporaneo che da essi avrebbe potuto (dovuto?) trarre le considerazioni in grado di portarlo su livelli nuovi e più alti. L’importanza di questa architettura risiede, dunque, nella capacità di poter insegnare ancora molto agli occhi che la osservano oggi, sebbene i mondi che l’hanno voluta siano scomparsi da tempo.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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