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Mad Max: Fury Road di George Miller

Nella corsa agli Oscar di quest’anno il film meno usuale, quello che meno ci aspetteremmo di vedere apprezzato dai gusti notoriamente conservatori dell’Academy è senz’altro Mad Max: Fury Road. Questo reboot della saga che tanto ha fatto per la carriera di Mel Gibson non è esattamente un film d’avanguardia, e non passerà alla storia per il suo ardito impianto formale, ma è comunque inusuale che così tante candidature – dieci – vengano riversate su di un film così apertamente d’azione e disinteressato sia alla psicologia dei personaggi, sia all’arco drammatico che li coinvolge.
Non staremo però a sindacare troppo perché nonostante alcuni difetti sul piano artigianale, Fury Road è decisamente un film che centra il bersaglio nei momenti in cui si gioca il tutto per tutto, e la superficialità dell’impianto drammatico finisce con l’essere un pregio per una pellicola che avrebbe molto sofferto qualsiasi tentativo di diluire l’azione coi dialoghi, le ricostruzioni, le spiegazioni.

Più che la trama, vale la pena per questa pellicola ricapitolare l’ambientazione: ci troviamo su una terra devastata da un imprecisato olocausto nucleare, che ha ridotto l’intera superficie del pianeta ad una sconfinata e desolante piana desertica, in cui l’acqua è un bene di lusso, considerato alla stregua di una droga, e il potere viene esercitato da mostruosi signori della guerra col feticcio dei motori.
L’eroe del film è senza una storia: alcune visioni del suo passato lo ossessionano, ma nulla ci viene raccontato delle vicende che lo hanno portato dove si trova adesso, e altrettanto poco contesto è fornito per tutti gli altri personaggi. Per l’intera durata del film il gruppo di donne a cui Max si unisce viene inseguito da un battaglione di guerrieri motorizzati disposti a tutto pur di compiacere il loro leader, e questo è tutto quello che c’è da sapere a livello di intreccio.

Parlavo di difetti artigianali nel primo paragrafo, e quello a cui mi riferivo era principalmente un utilizzo abbastanza dozzinale della grafica computerizzata in alcuni frangenti, nonchè una paletta cromatica molto povera, che non fa molto per esaltare l’immaginario post-apocalittico del film, già di per sè non dei più freschi.
Queste annotazioni passano però in secondo piano di fronte alla bestiale intensità delle lunghissime sequenze di inseguimento che sono il cuore del film. Molto si è detto di quanto l’utilizzo di stuntman piuttosto che di effetti speciali digitali contribuisca all’impatto che queste sequenze sono in grado di provocare, e lo stridente confronto con la goffagine computerizzata che a volte si affaccia sullo schermo non fa altro che evidenziare ulteriormente la magnificenza dei momenti in cui la visione del regista George Miller riesce invece a realizzarsi pienamente.
Non che si tratti di una visione particolarmente elaborata o personale, ma Fury Road è una vera e propria schiacciasassi sensoriale, in cui gli elementi che solitamente si mescolano per creare l’alchimia di un buon film vengono messi in secondo piano per lasciare il posto ad un’orgia di violenza e olio lubrificante.

Stupisce un po’ l’ampiezza dei consensi che il film ha suscitato, specie nella critica generalista che solitamente non tarda a bollare film così stilizzati e di genere come vuoti e infantili, ma evidentemente anche un orologio fermo azzecca l’ora due volte al giorno.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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