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Dalla March Madness all’ordinaria follia. Le parabole del figlio di Michael Jordan e Jereme Richmond

INTRO – E’ il 21 Marzo del 2009, e siamo nella Carver Arena di Peoria, che ospita le Finali di Stato dell’Illinois, classe 4 A, la più prestigiosa delle division del torneo di pallacanestro maschile delle high school illine. Per capire di cosa stiamo parlando, il rimando d’obbligo è all’articolo d’apertura di questa mini serie dedicata al torneo di Marzo più antico del mondo . Nella palestra gremita come sempre da un infuocato pubblico, si sfidano un liceo decorato di Chicago, Whitney Young, e quello di una cittadina della vicina contea di Lake, Waukegan. Trattandosi della finale dell’Original March Madness, non può considerarsi una partita qualunque; ma ad alimentare questa specialità, vi sono almeno altri due motivi. Il primo, in maglia Dolphins, quella del liceo di Chicago, è rappresentato da Marcus Jordan, guardia mancina, dotatissima, che oltre a portare dei vistosi occhiali alla Kareem Abdul-Jabbar, ha qualcosa di più pesante dietro la schiena. Il cognome Jordan. Marcus è infatti figlio dell’uomo seduto in tribuna che ha addosso gli occhi di tutti, Michael, famoso non solo per aver donato ai ragazzi di Whitney Young la dotazione di scarpe per giocare la stagione sportiva, ma anche per aver vinto sei titoli tra il 1991 e il 1998, in maglia Bulls, ed essere stato il giocatore più dominante degli ultimi trent’anni di pallacanestro. Il secondo motivo, nonostante la sua storia, fino a quel momento, fosse decisamente meno interessante, è rappresentato dal giocatore di 203cm, che vesta la maglia numero 23 per i Waukegan Bulldogs; si tratta di Jereme Richmond, junior, prospetto interessantissimo della pallacanestro illina e americana. Già nel radar delle maggiori università americane, Richmond si era distinto per aver giocato una stagione da oltre 20 punti di media, quasi 10 rimbalzi, quasi 4 assist, e 2 stoppate. Tutto era apparecchiato per la finale, ma non solo. Con queste premesse gli anni a venire dei due sarebbero stati senza dubbio esaltanti.

LA FINALE – La gara parte in squilibrio. Marcus Jordan segna due triple nei primi minuti, e grazie agli otto punti, nella prima frazione di gioco, spinge i Dolphins sul 21-11. Il coach di Whitney Young, con la partita in controllo, anche sul +17, decide di ampliare le rotazioni, mentre i Bulldogs sono obbligati a chiedere tutto ai loro migliori giocatori. Waukegan, però, accorcia, e va all’intervallo sul –7. Buon rientro, ma tutto sulle spalle dei giocatori del quintetto, a differenza di Whitney Young che all’intervallo può già contare su 11 punti dei panchinari. Jereme Richmond, pur perdendo qualche pallone di troppo, permette ai suoi di contare su strappi da giocatore di altra categoria, e con una fuga in contropiede ed una tripla riporta Waukegan sul –3. Il quarto quarto è esaltante. Con le due squadre appaiate, e spesso in parità, Richmond e Jordan si sfidano colpo su colpo; Waukegan è sotto di 4 e, a 1:01 dal termine, Richmond sbaglia un tiro decisivo; Whitney Young, molto più fresca dei Bulldogs, prende i rimbalzi decisivi. Jordan è letale dalla lunetta, e i Dolphins tornano a vincere il torneo dopo undici anni.
Dopo una finale da 19 punti, coronata da un 3/3 da dietro l’arco, ed il titolo di MVP, è tempo per Jordan di passare al college basketball, e le offerte non mancano. Per Richmond, solamente un junior, ci sarà tempo per rifarsi.
JORDAN – Pur non avendo ricevuto alcun corteggiamento da parte principali college americani, Jordan rifiuta due importanti atenei come Davidson, che lo aveva chiamato per sostituire Stephen Curry, e Iowa, decidendo di accasarsi nella AAC, a Central Florida. A livello individuale, e sotto un certo punto di vista anche di squadra, le stagioni dell’MJ mancino sono state molto positive. Oltre 1000 punti segnati in maglia Knights, con buone medie dal campo, ed un contributo sia difensivo che in termini di leadership. Dopo un anno di ambientamento da rookie, tutto sommato molto positivo, la seconda annata passata a oltre 15 punti di media è sembrata essere una possibile svolta per la carriera della guardia illina, grazie anche ad un inizio di stagione folgorante (proseguito per la verità da un crollo), viste le vittorie su Flordia e Miami (FL). La terza, quella da junior, a livello di produzione individuale ha fatto registrare un piccolo calo (13.7), ma i successi di squadra, grazie alle vittorie su Connecticut, Memphis e Houston e la partecipazione al NIT, l’hanno resa senza dubbio la più soddisfacente a livello cestistico.
Non è tutto oro quel che luccica però. Se tralasciamo la famosa vicenda delle scarpe, che vide l’entourage della Adidas, che aveva appena chiuso una partnership con UCF sborsando 2 milioni di dollari, sciogliere il contratto per via del rifiuto del figlio di MJ di vestire scarpe non prodotte dalla Nike, episodio sicuramente legato più al padre che al figlio, la vita di Marcus è sempre apparsa piuttosto sopra le righe.
Le vicende extracestistiche hanno senza dubbio avuto un ruolo importante nell’allontare un sicuro prospetto europeo dalla pallacanestro. Le prime due, legate ai social network, nei quali Jordan ammise di pagare una famosa attrice di film per adulti per le sue prestazioni sessuali, e di poter spendere 35.000 dollari in un weekend particolarmente “wild” a Las Vegas, possono essere considerate di dubbio gusto, ma non eccessivamente problematiche, se paragonate alla bravata decisiva. Nell’estate del 2012, Jordan si trovava “ufficialmente” nel Nebraska, ad Omaha, per seguire i trials americani di nuoto. Tra seguire i trials e farsi arrestare per ubriachezza e molestie nei confronti di due donne, però, ne passa molto. Questo incidente, che fa in parte capire la caratura del personaggio, avvenne alla fine della stagione da junior, l’ultima di Marcus nella NCAA. La richiesta di Jordan di non partecipare per un periodo agli allenamenti della squadra, una volta riniziati, destò da una parte sospetti, dall’altra fiducia, dato che i senior dei Knights erano alle prese con la decisione di lasciare o no il college, che era stato bandito dalla postseason e multato dalla NCAA per inadempienze, mentre Jordan non aveva mai menzionato la possibilità di lasciare Central Florida.
Il problema è che Jordan, aveva definitvamente deciso di mollare la pallacanestro per il “business”, lanciandosi con suo fratello Jeffrey nel progetto “Heir Jordan”, un sito legato alla promozione (tramite eventi ed un po’ di merchandising) del brand di sua maestà, gestito dai due rampolli. Per non farsi mancare nulla, però, un anno dopo, nel mese d’oro di Luglio, che evidentemente ispira particolarmente Marcus, è arrivato il tweet di chiusura della carriera universitaria, raffigurante presumibilmente il proprio apparato genitale maschile, ovviamente seguito da cancellazione e scuse. Per la serie “businessman sì, ma a modo mio”.

RICHMOND – Abbiamo però lasciato un Jereme sconsolato, dopo aver giocato un’ottima finale di torneo (17 e 9 rimbalzi), ma speranzoso per un grande avvenire. A differenza di Jordan, lui è sempre stato considerato un prospetto NBA, e l’ultimo anno a Waukegan, più l’esperienza nella NCAA, sarebbero stati più che sufficienti a formare il ragazzo per il definitivo salto di categoria, e di status sociale. Nell’anno da senior, in cui Waukegan si è piazzata come terza squadra dello stato, non riuscendo quindi a bissare la finale, Richmond è definitivamente esploso, arrivando ad inserirsi perfettamente nei circuiti del basket prep che conta. Nominato per il McDonald’s All American Game e Mr.Basketball per l’Illinois, Richmond si è anche attirato l’interesse di tutti i college degli Stati Uniti, partecipando alla spedizione di Team USA (U18), che vinse i campionati panamericani di categoria, in una squadra che poteva contare giocatori del calibro di Kyrie Irving, Vander Blue, Tony Mitchell, Austin Rivers, LeBryan Nash, ed il conterraneo di Richmond, Quincy Miller. In quella squadra, l’ex stella di Waukegan fu il quarto realizzatore (oltre 10 di media), dietro Rivers, Miller e Irving, tre giocatori NBA, per intenderci.
Andava però fatta una scelta prima di esplodere verso un radioso futuro: quella del college. Illinois. Restare in casa, apparentemente la migliore delle scelte possibile, visto che la borsa di un prestigioso college ti permette di farlo. La stagione di Richmond è positiva. Oltre 7 punti e 5 rimbalzi di media, quintetto All-Freshman, e la possibilità di crescere in una squadra non così adatta al suo gioco, ma tutto sommato garanzia per un futuro nella NBA.

Prima. Il feroce scouting americano dei talenti precoci è valso a Richmond una copertina per RISE, rivista di settore della nota piattaforma ESPN.
Prima. Il feroce scouting americano dei talenti precoci è valso a Richmond una copertina per RISE, rivista di settore della nota piattaforma ESPN.



Le scelte, però, nella vita sono tutto, anche per un giocatore del talento di Jereme Richmond, e farle senza pensarci sopra, può essere fatale. Un litigio, un’incomprensione, non ci è dato sapere, ma Richmond decide di abbandonare Illinois, per la felicità di tutto il coaching staff. Richmond, infatti, aveva rotto la positività che lo circondava, violando il codice imposto agli atleti, saltando così le partite del torneo NCAA per i Fighting Illini.
Imboccata questa scia negativa, l’ex All American non ne è più uscito. Saltati alcuni workout, e non avendo impressionato in altri, Richmond si è strappato da solo il biglietto per la NBA. A poco importano le parole di zio Crawford, che ha definito suo nipote “più forte della prima scelta, Kyrie Irving”, tra l’altro subito smentite dal padre di J-Rich. Più importanti, decisamente, gli sviluppi successivi della vita dell’ex enfant prodige dell’Illinois.
E’ il 9 Agosto 2011, l’NBA è lontana, ma non così tanto. Richmond viene accusato dalla polizia di crimine aggravato, per aver assalito e malmenato, in stato di alterazione, la fidanzata, arrivando a puntare a lei e famiglia una pistola, per la quale non aveva il porto d’armi. Roba da film. La positività alla cannabis non fa che allungare i tempi per Richmond, che va agli arresti domiciliari a fine Dicembre, in attesa della sentenza definitiva: diciotto mesi di libertà vigilata, con la possibilità di non chiudere con la pallacanestro; è di qualche mese dopo la sentenza, infatti, la notizia della firma di un contratto con una squadra delle minors americane, i Sauk Valley Predators.
Non è la pallacanestro, però, un motivo abbastanza valido per rigare dritto. Nell’Ottobre del 2012, Rich torna in galera per aver violato la libertà vigilata. A pochi mesi dalla fine della pena, Richmond si è infatti rifiutato di sottoporsi al test antidroga, ripiombando in pieno nel processo che gli ha rovinato la vita. La fine della storia è drammatica; ad Aprile viene coinvolto in nuove problematiche, legate all’alterco che ebbe con uno dei suoi addetti alla sorveglianza di Lake County dopo il rifiuto di sottoporsi al drug test. Dopo la deposizione, infatti, il testimone è stato minacciato da Richmond, che avrebbe, dopo ripetuti insulti, mimato il gesto di ucciderlo dalla macchina. Dopo aver rischiato fino a sette anni di galera, Richmond è stato condannato al minimo della pena per il suo crimine, minacce ad un testimone, che equivale tre anni di reclusione, con la possibilità di trascorrere solo il cinquanta per cento della pena in una prigione federale, in caso di buona condotta. Negli ultimi diciotto mesi Richmond ha giocato solo cinque volte a pallacanestro, sempre per ottenere del cibo extra dietro le sbarre. Mi sembra questa, la triste conclusione della parabola sportiva di un ragazzo, che, da poco uscito di galera, avrebbe tutte le carte in tavola per costruirsi ancora una vita nell’ambito della legalità.

 

Dopo. La foto segnaletica di Richmond. Il momento in cui la sua carriera passa definitivamente in secondo piano
Dopo. La foto segnaletica di Richmond. Il momento in cui la sua carriera passa definitivamente in secondo piano

 

OUTRO– Storie del genere affollano purtroppo il taccuino degli appassionati di pallacanestro amatoriale, ed una critica al sistema in cui sono inseriti ragazzi dell’età di Richmond, con tutte le pressioni e le aspettative di famiglie, spesso in condizione di indigenza, ci porterebbe troppo lontano, e forse fuori strada, non conoscendo affatto le condizioni della famiglia dell’ex Illinois. Queste due storie sono semplicemente uno spunto per i lettori, per dimostrare come, partendo sia da condizioni di agiatezza, che da condizioni più modeste, le vie per il professionismo sportivo sono tanto tortuose quando pericolose, ed il talento, in questo caso, serve a bene poco per districarsene.

Articolo tratto da My-Basket.it
Immagini tratte dal web

About Niccolò Costanzo

Appassionato di qualsiasi cosa che implichi una competizione, seguo principalmente calcio e pallacanestro, di cui scrivo sul sito my-basket.it. Caporedattore Sport, ma solo perché Claudio Pavesi e Filippo Antonelli sono amici e mi lasciano questo titolo!

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