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Biosinergie: John Allen e la Biosphere 2.0

“Il problema è di impiegare le energie naturali, non di opporvisi e tale atteggiamento porta alla possibilità di una esistenza compiuta dell’uomo sulla terra”.[1]

Iniziamo con il chiarire un grande equivoco: ecologia non sta per ambientalismo. Tecnicamente l’ecologia è la scienza che studia l’interazione tra gli organismi ed il loro ambiente. Certo si può dare una valenza più generale al termine “ecologico”, intendendo con esso un atteggiamento che studi non più il singolo artefatto o concetto, ma il suo ruolo all’interno di un sistema e le interazioni che all’interno dello stesso sistema sono generalmente intessute. È chiaro dunque che il metodo ecologico sia un metodo sistemico e relazionale che non ha niente a che vedere, almeno non nei processi, con un metodo prestazionale come quello legato all’ambientalismo tout court. In altre parole: un edificio può essere parzialmente avanzato sotto il profilo del rispetto dell’ambiente (impiegando tecnologie performanti dal punto di vista climatico o energetico) ma non essere affatto ecologico nella sua definizione spaziale e relazionale.

Il distinguo è più che mai necessario non per una mera riaffermazione di dignità e complessità della disciplina, ma perché ha un carattere operativo. Non è un caso, ad esempio, che negli studi di biomimetica ci si riferisca a prodotti ecologici più spesso che sostenibili, con ciò intendendo un prodotto che abbia un basso costo ambientale di produzione, che lavori per cicli chiusi (che non produca dunque rifiuti), che lavori in cooperazione con gli altri sistemi. In effetti la biomimetica è una disciplina ecologica, nel senso che è interdisciplinare e coinvolge studi di biologia evolutiva, genetica ed etologia. Per questi motivi tra i tre livelli di analisi biomimetica (formale, processuale ed ecosistemico) è l’ultimo quello che ha la maggiore rilevanza nel processo di progettazione: l’ambiente influenza in modo decisivo lo sviluppo di un organismo e il processo di formazione di quest’ultimo non costituisce mai un danno per il primo; se crei un prodotto efficiente che riproduca forme naturali ma crei una tonnellata di rifiuti nel processo, beh allora hai perso di vista l’obbiettivo.

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Ritornando dunque al tema dell’ecologia nel suo significato più ampio, arricchendolo di un aspetto che non è stato sinora affrontato: quello della sinergia. Perché la sinergia è tanto importante quando si lavora nell’ambito dell’ecologia? Perché è solo tramite un processo sinergico, quindi sistemico e relazionale, che si crea una reazione di due o più agenti che, agendo insieme, creano un risultato non ottenibile singolarmente da nessuno dei due. È un processo molto chiaro nella chimica e nella biologia, ma che ha molti validi esempi anche nel campo dell’architettura e del pensiero spaziale in generale.

Uno di questi è certamente il caso Biosphere 2.0 e del suo ideatore, John Allen[2]. Alla base del lavoro di Allen esiste una profonda sinergia tra due personaggi che prima di allora nessuno aveva pensato di connettere: Buckminster Fuller e Vladimir Vernadskij. Quest’ultimo, certamente meno noto del primo, è conosciuto all’interno della comunità scientifica per la pubblicazione, nel 1926, di un libro intitolato “La Biosfera”, in cui analizzava ed approfondiva il concetto di biosfera, precedentemente ipotizzato da Eduard Suess. Il suo pensiero era così intrinsecamente sinergico che inventò diverse discipline che si basavano proprio sul concetto di sinergia: la geochimica, la biogeochimica e la radiogeologia. Anche Buckminster Fuller aveva una “concezione sinergica ed ecologica del mondo, nel quale l’individuo è parte di un contesto generale con cui entra in relazione”[3]. L’idea di Allen fu dunque quella di implementare il concetto di biosfera di Vernadskij attraverso la visione e la tecnica di Fuller. Nacque così Biosphere 2.0: nel 1991 in Arizona Allen, insieme all’architetto Augustine e all’ingegnere Dempster ed altri collaboratori, progetta un insieme di sette biomi autosufficienti, progettati sulla base del sistema della biosfera, e che serviranno a studiare i fenomeni sistemici. All’interno del complesso sono inseriti anche spazi per la vita quotidiana, abitazioni e spazi di comunione, perché parte integrante dell’esperimento era che otto scienziati avrebbero dovuto vivere all’interno del sistema per due anni, per dimostrarne la vivibilità effettiva e la sostenibilità. Il progetto era chiaramente concepito in termini ecologici e costituiva dunque in sistema in lavorazione a cicli chiusi, ovvero minimizzando la quantità di rifiuti prodotti, massimizzando la rigenerazione delle risorse naturali e quasi annullando il consumo energetico. Il progetto, oltre a dimostrare la vivibilità dell’habitat e a fornire dunque un modello per l’abitazione di spazi che normalmente non considereremmo adatti, produsse anche un gran numero di brevetti per il riciclo dell’acqua, dei resti animali e il consumo di energia.

5642424772_58bb252e49_zIl progetto di Allen ha in qualche modo aperto la strada ad un nuovo modo di intendere l’ecologia applicata ai sistemi abitativi, tanto che, solo dieci anni più tardi dell’apertura di Biosphere 2.0, nel sud-ovest dell’Inghilterra viene inaugurato il progetto di Nicholas Grimshaw l’Eden Project: la riproduzione di due biomi (quello mediterraneo e quello tropicale) sempre all’interno di strutture geodetiche di EFTE e acciaio. Mentre il carattere di Biosphere 2.0 era più sperimentale e scientifico, quello dell’Eden Project è più turistico-educativo.

HERO-Eden_by_Tamsyn_William_0 Altre sperimentazioni che si basano sempre su un approccio sinergico ed ecologico sono quelle di Zbigniew Oksiuta, che realizza dei veri e propri habitat biologici[4]. Queste sfere biologiche, composte di gelatina naturale e agar-agar, possono essere abitabili in qualunque tipo di ecosistema grazie alla loro natura particolarmente modificabile e, essendo biologiche, reversibile.

zbigniew-oksiuta-foto-2È chiaro che la strada aperta da Allen è feconda e sarà certamente arricchita da nuove sperimentazione, che involveranno probabilmente nanotecnologie, responsive materials, e tutti i portati dei nuovi processi di generazione.

[1] B. Fuller, intervista, Architectural Design m.° 12, 1972

[2] A. Saggio, GreenBodies – Give me an Ampoule and I will Live, Rethinking the Human in Technology Driven Architecture, Transactions on Architectural Education No 55, 2012

[3] L. Prestinenza Puglisi, Storia dell’architettura 1905-2008

[4] L. Sforza, Gli habitat biologici di Oksiuta, ON/OFF Magazine, n.° 9, Bio

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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