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Rock e TV, il flop di Vinyl su HBO

Presentato come uno degli eventi televisivi dell’anno, forte del coinvolgimento di Mick Jagger e Martin Scorsese, Vinyl sembrava avere tutto per diventare l’ennesima produzione di qualità targata HBO. Al momento invece il period drama che ripercorre la storia del rock e del punk negli anni Settanta è un flop, con appena 600mila spettatori per episodio. Certo, due puntate sono poche per parlare, soprattutto con la terribile contemporaneità di The Walking Dead su AMC; e HBO, in quanto canale premium, pensa alla qualità degli show e al profilo del canale prima che ai numeri. Ma, in un periodo di rinascita delle serie televisive sulla musica, il tonfo di Vinyl fa più rumore di un concerto dei Rolling Stones.

Vengono in mente tre esempi contrastanti. Nashville racconta su ABC l’industria del country nella capitale della musica americana, Empire su Fox è il coraggioso racconto di drammi personali nella discografia nera, Mozart in the Jungle lo sguardo tutto sesso, droga e sinfonia di Amazon sulle orchestre. Tre successi indiscutibili: Nashville è alla quarta stagione e si mantiene sui sette milioni di spettatori, Empire per la prima stagione è arrivato addirittura a diciassette milioni, Mozart in the Jungle è una delle punte di diamante della nuova programmazione online di Amazon. Vinyl no, parte inciampando nella casa della grande televisione (su HBO vanno Game of Thrones e True Detective, giusto per citarne due).

Non è un problema di qualità (guardare le prime due puntate per credere) né di declinazione televisiva del racconto: Scorsese in televisione vuol dire Boardwalk Empire (creato da Terence Winter che è anche sceneggiatore di Vinyl), successo planetario di cui ha diretto il primo episodio è l’uomo dietro al successo di Boardwalk Empire, assieme allo sceneggiatore Terence Winter che è anche la firma di Vinyl. Da Boardwalk Empire torna anche l’attore Bobby Cannavale, lì attore non protagonista in grado di vincere un Emmy nel 2013 e qui invece volto principale della serie.

Il problema, invece, è nella mitologia. Le tre serie “concorrenti” (non per fascia e posizionamento, magari, ma per argomento sì) svelano intrecci e retroscena di mondi per certi versi ancora “vergini”, amatissimi dal pubblico e radicati nella cultura americana ma non ancora sviscerati nell’immaginario pop. Empire, in particolare, è al centro di una rivoluzione intellettuale che, sospinta dall’affermazione di soul e hip hop come generi regnanti della musica americana, sta imponendo un racconto della storia recente dalla fin qui trascuratissima prospettiva afroamericana. Un processo lento e faticoso, che si scontra con resistenze difficili da superare – basti pensare alla mancata nomination agli Oscar di Straight Outta Compton, film che racconta la storia del gruppo hip hop N.W.A. e più in generale la fuga dal ghetto.

Anche Nashville e Mozart in the Jungle hanno la capacità di toccare temi pulsanti della conversazione culturale americana. La prima, in un tessuto leggero da soap, non esita a scardinare il culto del machismo degli Stati Uniti rurali, e pone interrogativi interessanti sulla fama e sulla sterilizzazione delle radici sociali che è necessaria per ottenere un successo nazionale in un paese grande quanto come un continente. Mozart in the Jungle, tratta dall’autobiografia di un’oboista di successo, non avrà l’impatto dirompente di Transparent (la serie Amazon che mostra la transessualità con una delicatezza e un’autoironia di cui avevamo bisogno) ma è un viaggio in un mondo tradizionalmente sessista, classista e razzista che si sta riscoprendo sempre più tollerante e selvaggio, ma che perdendo le tradizioni lascia anche da parte ogni forma di correttezza nei rapporti personali.

In questo scenario, Vinyl è “solo” una serie tv. Ed è il racconto di qualcosa che conosciamo fin troppo bene, perché negli ultimi quarant’anni è stato il centro assoluto del discorso musicale e popculturale. Ma, ora che il rock gode di popolarità molto minore (perché non ha carica dirompente, non ha un messaggio, non ha un gruppo sociale di riferimento tra i giovani e gli svantaggiati), diventa esercizio di stile, produzione patinata e televisivamente valida senza i crismi del fenomeno di comunicazione.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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