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Progetto Super League: ucciderebbe il calcio per come lo conosciamo

È una questione che è stata sollevata più volte negli ultimi vent’anni: il sempre crescente giro di denaro intorno allo sport più popolare del mondo ha cambiato per sempre la pelle del calcio. Le differenze tra i top team e gli altri club è andata aumentando di anno in anno, rendendo molto più difficile competere per i grandi obiettivi se le tue risorse non sono stratosferiche. Però, c’è un però. Può capitare ancora che una squadra poco quotata come il Leicester si trovi in testa alla classifica della Premier League inglese a nove giornate dalla fine. Ecco, se il progetto Super League dovesse essere portato a compimento, tutto questo non esisterebbe più.

L’INCONTRO ─ I rappresentanti dei cinque principali club inglesi, ovvero Manchester United, Manchester City, Liverpool, Arsenal e Chelsea, si sono incontrati. L’argomento principale di discussione pare sia stato il miglioramento dell’International Champions Cup, il torneo estivo che ha visto coinvolte negli ultimi due anni anche alcune squadre italiane. Charlie Stillitano di Relevent Sport e il miliardario americano Steve Ross, però, hanno anche un’altra idea: abbandonare la Champions League e i campionati nazionali per creare una competizione ad inviti aperta solo alle squadre più ricche del mondo. Un progetto gradito anche ad Andrea Agnelli e a Karl-Heinz Rummenigge. L’assunto da cui parte Stillitano è semplice: una squadra come il Leicester potrà anche vincere il campionato quest’anno, ma il Manchester United ─ così come le altre squadre che verrebbero invitate alla Super League ─ ha dato (e dà) in termini economici e non solo molto di più al calcio. E anche questo argomento di partenza è tra l’altro opinabile, perché formazioni come Chelsea, Manchester City e PSG sono saliti ad alti livelli solamente grazie agli ingenti finanziamenti dei loro nuovi proprietari, non fanno di certo parte della tradizione del calcio di primo piano quanto il Real Madrid, il Milan o il Liverpool.

UNA CHAMPIONS CHE NON SODDISFA ─ Interessante anche questa dichiarazione di Stillitano: «L’International Champions Cup è un torneo estivo di amichevoli, ma per le squadre che prendono parte sembra la vera Champions League. Invece in Champions ci sono PSV e Gent». Provando a passare oltre all’arroganza di questa sentenza, possiamo concentrarci sul solito vecchio discorso della contrapposizione tra mentalità statunitense e mentalità europea. Negli sport americani, non esistono promozioni e retrocessioni. C’è una lega centralizzata che accoglie al suo interno un numero prestabilito di franchigie, che addirittura possono essere spostate da una città all’altra se non producono abbastanza in quel mercato. Nulla a che vedere, dunque, con la teorica meritocrazia ─ anche se condizionata dalla crescente disparità economica tra grandi e piccoli club che evidenziavamo nell’introduzione ─ dello sport europeo. In alcuni campionati, per la verità, metodi più equi di distribuzione degli introiti derivanti dalla vendita dei diritti televisivi hanno consentito di aumentare la competitività di alcuni club di medio-basso livello. Come accade in Premier, per l’appunto, dove il Leicester può disputare un campionato da protagonista e anche una neo-promossa come il Bournemouth può fare degli investimenti importanti durante la finestra di gennaio. Nel mirino di Stillitano, però, c’è anche il meccanismo di una Champions che non solo non concede posti fissi, ma è anche aperta a squadre di campionati evidentemente non ritenuti economicamente apprezzabili.

UN CALCIO CHE MORIREBBE ─ La creazione di una Super League, dunque, andrebbe a favore soprattutto di quei grandi club che stanno vivendo un momento di appannamento. Essi accederebbero così a un giro di incassi simile (o superiore) a quello della Champions League ogni anno, indipendentemente dai risultati sportivi che conseguono. Non c’è da stupirsi, quindi, se i dirigenti di queste squadre si schierano a favore o quantomeno in posizione neutrale. Diversa è stata la reazione degli allenatori, anche di quegli stessi club: Van Gaal e Hiddink, per esempio, hanno fermamente condannato l’ipotesi di creare una competizione di questo tipo. Il calcio che conosciamo, in tal caso, morirebbe. Non solo perché i principali campionati nazionali (così come le competizioni continentali) verrebbero depauperate dei club di maggior impatto, ma anche perché la differenza economica tra le squadre della Super League e quelle del resto del mondo si ingigantirebbe, portando di fatto tutti i grandi talenti al di fuori del sistema attualmente esistente. È davvero un calcio mondiale ristretto a 20-24 squadre ciò che vogliamo?

About Filippo Antonelli

Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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