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USA 2016. Perchè dobbiamo avere paura di Donald Trump

Donald Trump rappresenta tutto quello che un politico non dovrebbe essere e non dovrebbe dire. Non è certamente un uomo parco, lo dimostrano le sue fervide elucubrazioni. Eppure rischia di aggiudicarsi la nomination repubblicana. Trump ha superato Cruz con un distacco di 21 punti percentuali, quindi dobbiamo prenderlo sul serio. Il Time, nel suo ultimo numero, lo definisce un bullo, un distruttore di partiti, un demagogo. Resta da chiedersi se oltre a questo diventerà anche Presidente degli Stati Uniti d’America. L’imprenditore miliardario piace perché “dice quello che pensa”, le sue dichiarazioni semplicistiche rappresentano in forma parossistica tutto quello che rientra nella categoria dell’antipolitica e del politically incorrect. Trump non rispetta le regole, non si serve di alcun filtro politico. La parola d’ordine è insultare. Non ha bisogno di inutili formalità, preferisce dar voce ai sentimenti reconditi che abitano l’inconscio degli americani, soprattutto dell’elettorato meno istruito. Dichiarazioni sessiste e misogine, esternazioni volgari (le ultime sulle dimensioni delle sue mani e qualcos’altro), muri da costruire, musulmani da espellere, immigrati da respingere, waterboarding e altro ancora. Sono solo alcuni dei punti illustrati dalla politica del repubblicano.

Trump, d’altro canto, simboleggia la crisi che oggi fronteggiano pressoché tutte le democrazie moderne. Una sfida lanciata soprattutto dai populismi, in tutte le loro declinazioni. A questa crisi, ha evidenziato Zygmunt Bauman, si può rispondere in modi diversi: c’è chi tende a rafforzare la democrazia, chi opta per forme fondamentalistiche-religiose e chi propone l’uomo forte, come in questo caso. Ha detto il sociologo in una recente intervista all’Espresso: “del resto se le democrazie non riescono a realizzare le aspettative, non è strano che si cerchi qualcuno a cui attribuire una funzione salvifica, l’uomo di polso che sembra in grado di realizzare ciò che le democrazie non sanno mantenere”.

Ciò nonostante, le elezioni americane ci affascinano, perché le campagne elettorali si mobilitano energicamente un anno prima e noi non possiamo far altro che seguirne rapiti gli eventi. Ma questa volta –aggiungerei- oltre che esserne rapiti dovremmo esserne preoccupati.

Alcuni sostengono che la vittoria dell’imprenditore alla nomination repubblicana sarebbe un assist per Hillary Clinton, che in questo modo vincerebbe senza dubbi. Altri invece suggeriscono cautela e tendono a considerare un’ipotetica vittoria di Trump, il quale potrebbe superarla per una manciata di voti, diventando paradossalmente il Presidente della Democrazia più grande al mondo.

In ogni caso, come la presidenza Bush, quella di Trump costituirebbe un serio pericolo per la stabilità internazionale e per la pace. Tuttavia la domanda che dovremmo porci è perché un personaggio così scurrile, rozzo e sguaiato riesca ad intercettare i voti di una così vasta porzione di elettorato. Evidentemente l’America non è solo quella della notte degli Oscar. Non è tutto oro quel che luccica. Hollywood ci vende un bel pacchetto, fantasioso ed articolato, rappresentativo di un paese che ai nostri occhi sembra un paradiso. Ma guardateli bene gli americani che si esaltano di fronte alle orrende dichiarazioni di Trump. Perché sono gli americani che credono ancora nella pena di morte. Sono gli americani che pensano che costruire muri e barriere sia la soluzione. Sono gli americani che causticamente inneggiano alla guerra, senza sapere contro chi debba esser fatta, come, dove, perché. Questi americani mi fanno paura.

Degno di nota è il recente commento di Alan Friedman a proposito di Trump ma più in generale dell’universo politico statunitense. Oltre ad averlo definito un “cafone sottovalutato”, ha scritto: “ci penserò due volte la prossima volta che avrò voglia di criticare la politica italiana. Essere qui in America, testimone di questo circo, è una lezione di umiltà per me. Almeno in Italia si parla di questioni vere, qui ci si trova di fronte a tutta una serie di attacchi personali”. Insomma, se pensavate che la politica italiana era abietta, provate quella americana

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