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Il rock è senza voce: la rivoluzione la racconta chi può

Il mondo della musica non accetta vuoti di potere, e da vent’anni sta gradualmente sostituendo la classe dominante, senza troppo riguardo per chi è stato grande. Questo vale sia per la vetta delle classifiche, che si sono colorate di hip hop e r’n’b in maniera decisa, che per il lato più sperimentale del mainstream. L’anno scorso Kendrick Lamar con To Pimp a Butterfly ha creato una scossa interamente paragonabile ai Radiohead di Kid A, affermando una volta di più come dopo la rivoluzione Kanye West l’hip hop sia il mondo a cui guardare se si è in cerca di scelte coraggiose.

In linea di massima, ci sono prodotti discografici che resistono al passare delle ere perché sono o sono diventati conservatori, e quindi in grado di raccogliere un pubblico costante. La country parla ad un pubblico immutabile, transgenerazionale, che non ha bisogno di innovazione perché ha un sistema di valori estremamente radicato. Chi invece punta ad un successo globale e soprattutto storico, e vuole essere parte di un movimento che parli in modo innovativo ad un pubblico giovane, ha bisogno di innovazione sonora e rilevanza culturale. La prima è frutto di commistioni, di nuove tecnologie che diventano accessibili – di un breakthrough esterno e di una sensibilità propria a quello che c’è stato prima. La seconda è la capacità di essere portavoce di un’istanza attuale.

L’hip hop trova il suo successo globale e la sua rilevanza mainstream nel momento in cui gli Stati Uniti si confrontano, forse in modo definitivo, con il razzismo a tutti i livelli. Si tratta di una sfida importante all’establishment, al potere, allo stesso mondo dell’intrattenimento. Kanye West, d’altronde, è in guerra perenne e totale per difendere la cultura nera. Black Lives Matter, il movimento di protesta per la difesa dei diritti dei neri negli Stati Uniti, è una forza politica di primo piano. In questo conflitto, il rock non è pervenuto. Troppo bianco, troppo classe dominante per poter raccontare la ribellione.

Ma quali sono le sfide attuali, e perché il rock non può raccoglierle? C’è la razza, appunto, e i bianchi è meglio che tacciano. C’è il femminismo di fronte ad un nuovo capitolo, intento a scardinare i dettami classici della mascolinità e dell’eterosessualità per portare ad un mondo di accettazione universale. E i maschi bianchi benestanti – pubblico e musicisti rock – non hanno voce in capitolo, perché sono la classe contro cui si scaglia la ribellione. Può un genere intriso di machismo e di sessualità da motel essere portavoce di una liberazione erotica che non significa solo sesso libero ma è un mutamento delle categorie stesse di uomo e donna?

Il rock non sembra attrezzato neanche per parlare di nazionalismo e crisi dei migranti. Non ha storie che vengono da lontano, non è la lingua di chi soffre e cerca riparo. E, se le crisi delle classi più svantaggiate non hanno punti di contatto con le chitarre elettriche, anche sui problemi del maschio bianco occidentale sorge qualche difficoltà. Ci sono due paure perfettamente giustificate che connotano il dibattito attuale dalla Silicon Valley ai tavoli governativi. La prima è il rischio di una tecnologia fuori controllo, che può voler dire strumenti di spionaggio in mano ad entità non monitorate (come la NSA americana o i dipartimenti dei servizi cinesi) o intelligenze artificiali sempre più creative e in grado di adattarsi ai problemi. Sembra fantascienza, ma se Stephen Hawking e Bill Gates consigliano di regolamentare il settore prima che sia troppo tardi vale la pena fermarsi a pensare.

La seconda è il cambiamento climatico, i cui sostenitori (vale a dire l’intera comunità scientifica e chi è disposto ad ascoltare) faticano ancora a convincere i negazionisti. Per ogni passo avanti c’è una battuta d’arresto, e il mito dell’industrializzazione globale non sembra aver esaurito la sua spinta di distruzione degli ambienti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove un’industria in forza vale ettari di foresta distrutti, perché senza quei soldi non si vive. Però se sulla tecnologia è difficile dire più dei Radiohead e sull’ambiente sono stati organizzati concertoni, collaborazioni e festival, il rock si trova di nuovo orfano di una battaglia.

Non è detto che un genere debba restare innovativo in perpetuo. Ma quando un suono non si accompagna più ad una carica emotiva in grado di fare da colonna sonora alle rivoluzioni personali e sociali delle società nel mondo, quello è un punto di non ritorno. Parlavamo prima di country: da Cash che va a suonare in prigione ai successi radiofonici attuali, che non si spingono oltre all’amore per i camion, i jeans, le birre da due soldi e le ragazze di campagna, c’è di mezzo la crisi di un sistema di valori. Si gioca ora la grande sfida del rock: trovare un punto di rottura del mondo occidentale a cui dar voce in modo deciso, catturando il mainstream. Oppure, certo, coltivare un pubblico di fedeli e di nostalgici, legati ad uno stile di vita, uniti da una ritualità e da un culto per gli antichi maestri.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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