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Cosa è successo nella Free Agency 2016 della NFL

La stagione è finita, il Draft è ancora a più di un mese di distanza e già si sente un’enorme mancanza di football giocato. Nonostante ciò, lungi questo dall’essere un periodo vuoto della offseason, è infatti il momento in cui le società aprono i portafogli e cercano di accaparrarsi i migliori giocatori senza contratto: siamo in piena free agency. Che sia un giovane talento su cui rifondare la squadra o un veterano disposto ad accettare un ruolo di complemento prima del ritiro, la free agency è un momento cardine per la struttura delle squadre che l’anno prossimo si giocheranno il Super Bowl, è inoltre uno specchio perfetto per capire come sono cambiati i tempi, i valori dei giocatori ruolo per ruolo, e la disponibilità a spendere di alcune squadre. E’ ormai passata poco più di una settimana dall’inizio della free agency, andiamo quindi a capire meglio cos’è successo.

I MIGLIORI – Quest’anno i nomi principali si trovavano nel settore difensivo, i colpi migliori del mercato sono stati quindi quelli concentrati sul prendere i migliori leader difensivi in circolazione ma anche quelli mirati ad accaparrarsi quei pochi giocatori offensivi disponibili.

Tampa Bay si è mossa bene rinnovando Doug Martin, prendendo Robert Ayers, Brent Grimes e un veterano come Daryl Smith, ma restano dei dubbi sulla continuità di Ayers come pass rusher di riferimento, inoltre il rinnovo di Doug Martin è arrivato solo perché l’anno scorso non gli è stata rinnovata l’opzione per un ulteriore anno di contratto. Tampa quindi è passata dal non credere nel proprio runningback, a renderlo il sesto giocatore più pagato in media annuale tra i pari ruolo. Questa mancanza di lungimiranza e organizzazione costa a Tampa un posto d’onore in questo articolo, posto che viene preso da Oakland.

Gli Oakland Raiders sono stati assolutamente perfetti. Oakland ha cominciato aggiustando la propria offensive line per dare più sicurezza a Derek Carr, il giovane quarterback, prima rinnovando il sempre valido Donald Penn che potrà così insegnare il mestiere del tackle di sinistra al nuovo arrivato Kelechi Osemele, guardia che dovrebbe poi continuare la transizione appunto in left tackle. Osemele è un giocatore favoloso, probabilmente il miglior offensive lineman di questa annata di free agent, l’unico dubbio su di lui infatti riguarda la salute della sua schiena, operata tempo fa. 58.5 milioni in 5 anni per Osemele non hanno fermato i Raiders che hanno così deciso di rinforzare anche la difesa puntando su due solidissimi giocatori: il linebacker Bruce Irvin, campione del mondo con i Seahawks, (37 milioni in 4 anni) e Sean Smith, cornerback ex Kansas City, (38 milioni in 4 anni). Irvin è un ottimo linebacker esterno, ancora giovane, con partite importanti alle spalle e con la capacità di giocare sia come pass rusher che come stopper di corse. A volte finisce fuori posizione perché si fa ingolosire da un possibile sack ma il defensive coordinator dei Raiders è Ken Norton Jr., precedentemente coach dei linebacker a Seattle, praticamente il mentore di Irvin dal momento del Draft, non c’è dubbio quindi che possa avere tutte le competenze per mettere Irvin nelle migliori condizioni per fare bene. Anche la scelta di Smith è fantastica. Il ventottenne ex Kansas City è nel pieno della maturazione, con una perfetta struttura fisica per affrontare i wide receiver più grandi sia nel profondo che sulla linea di scrimmage, e viene anche da un’ottima stagione. Nelle gare in cui Smith era stato sospeso e non giocava Kansas City subiva 29.7 punti a partita, con Smith in campo gli avversari segnavano solo 15.2 punti. Non c’è molto da dire, se poi un giocatore del genere arriva con un contratto non eccessivo, cosa che i Raiders non erano estranei a dare in passato, meglio ancora.

Insomma, Oakland ha sistemato i suoi problemi con acquisti mirati e ha rinnovate anche il proprio punter, Marquette King. La squadra c’è, il quarterback giovane e talentuoso c’è, la voglia di fare c’è sempre stata, attenzione a Oakland. E come diceva lo storico presidente Al Davis…

I PEGGIORI – Quando si parla di tragedie sportive non si possono non citare i Cleveland Browns. Già di base Cleveland non è proprio il luogo più appetibile in cui andare a vivere, se poi a questo si aggiunge l’infinita serie di fallimenti dei Browns, non c’è da stupirsi per il fuggi fuggi generale visto in questi ultimi giorni. Cleveland non ha perso solo giocatori di complemento, benché titolari, come Tashaun Gipson, ma si è lasciata scappare anche dei solidissimi starter quali Travis Benjamin, Mitchell Schwartz e soprattutto il centro Alex Mack. Ora Cleveland è praticamente priva di una linea offensiva, senza un wide receiver (hanno tagliato anche il veterano Dwayne Bowe), senza una reale difesa (tagliato anche il veterano Dansby, inoltre Craig Robertson è ancora free agent). L’unico arrivo è quello di Alvin Bailey da Seattle nella offensive line ma hanno puntato sul più scricchiolante di tutti i Seahawks. Ovviamente manca anche un quarterback visto che anche Johnny Manziel è stato tagliato dopo due anni di permanenza in squadra rivelandosi l’ennesima scelta al primo giro buttata dai Browns. Con Manziel si arriva a ventiquattro quarterback dal 1999, e l’iconica maglia di Brokaw continua a espandersi.

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SOLDI DAL CIELO – Tra le squadre che più si sono mosse sul mercato ci sono i New York Giants. Sia chiaro, i Giants non si sono mossi male, il colpo migliore consiste infatti nel rinnovo di Jason Pierre-Paul per un anno a 10 milioni, solo un primo passo nel tentativo di migliorare una difesa quantomeno scricchiolante. Ad aiutare JPP sono arrivati Olivier Vernon da Miami e Damon Harrison dai rivali cittadini dei Jets, due giocatori notevoli e futuribili. Perché allora dubitare delle mosse dei Giants e non inserire la franchigia tra “i buoni”? Ovviamente per i contratti dati a questi ragazzi. Vernon guadagnerà 85 milioni in 5 anni con oltre 50 milioni garantiti, praticamente quanto J.J. Watt,  Harrison invece metterà in banca 46 milioni in 5 anni. Parliamo di cifre da superstar, cifre che vanno date a giocatori che possano essere un pericolo a ogni down giocato, indipendentemente dalla linea offensiva che si ritrovano davanti. Harrison è un enorme defensive tackle, Vernon invece un più che discreto pass rusher, entrambi però negli anni scorsi hanno condiviso la linea difensiva con grandi star quali Muhammad Wilkerson e Sheldon Richardson nel primo caso, Cameron Wake e Ndamukong Suh nel secondo, cosa che ci fa capire quanti pochi raddoppi abbiamo dovuto subire Vernon e Harrison in carriera.

I Giants hanno firmato contratti per 130 milioni con soli due giocatori ma non per questo si sono voluti fermare. A confermare il loro dominio in questo particolare paragrafo dell’articolo è arrivata la firma di Janoris Jenkins, cornerback degli ormai traslocati Los Angeles Rams, valida per 62.5 milioni in 5 anni. Questo contratto rende Jenkins uno dei ornerback più pagati in NFL, precisamente tra i primi sette, il quarto se ne facciamo una questione di dollari garantiti alla firma. I cornerback di livello sono sempre meno e il loro costo medio sta crescendo molto negli ultimi anni (solo nel 2009 erano solo nove i cornerback a prendere più di 8 milioni l’anno, ora sono diciannove) ma il denaro dato a Jenkins è un grande rischio. L’ex Rams è un buon giocatore, molto atletico e reattivo, capace di ottime giocate anche contro ricevitori decisamente più fisici, ma appunto per questo rischia di sembrare migliore di quanto non sia.

Ci si dimentica che Jenkins giocava in una difesa costruita sulla più distruttiva pass rush della NFL, motivo per cui i quarterback avversari avevano pochissimo tempo per lanciare sotto pressione. Inoltre Jenkins è paurosamente discontinuo, un giocatore capace di creare enormi buchi, specie quando deve marcare i fuoriclasse avversari. Famosa è la sua (non) marcatura su Dez Bryant, avvenuta nella stessa partita in cui ha effettuato anche l’intercetto del video precedente, in quel caso di pura reazione atletica.

I Giants hanno fatto bene a muoversi così tanto sul mercato? Quasi certamente sì, d’altronde avevano molto spazio salariale e dopo queste firme restano con altri 24 milioni disponibili nel cap. Il rischio è sui giocatori selezionati ma a questo proposito sarà il tempo a darci la risposta. L’unica cosa certa è che, nonostante a New York il costo della vita sia molto alto, Jenkins, Oliver e Harrison potranno vivere secondo lo stile di vita simbolizzato nella seguente gif.

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L’altra franchigia che ha messo mano al portafoglio in maniera significativa è stata Houston. I Texans possono contare su una favolosa difesa guidata dal disumano J.J. Watt ma la fase offensiva è pressoché nulla. Giusto quindi concentrarsi sul ricreare l’attacco. Sono arrivate tre firme importanti, la prime delle quali è Jeff Allen. Houston ha perso due ottimi uomini di linea interni in Brooks e Jones, l’arrivo di Allen è quindi particolarmente importante, inoltre il contratto da 28 milioni in 4 anni è onesto considerando il livello del giocatore. Brooks chiedeva (giustamente) di più ed è stato lasciato andare visto che lo spazio salariale era destinato a ricreare le due posizioni più influenti di un attacco NFL: quella del runningback e del quarterback.

Il gioco di corsa verrà preso in mano da Lamar Miller, ex Miami e neo ricevente di 26 milioni in 4 anni. Il mercato dei runningback è sempre stato particolare dato che riguarda una posizione chiave nel gioco ma facilmente rimpiazzabile e dalla breve carriera. Miller però ha solo 24 anni (nella top 20 dei runningback per contratti e prestazioni bisogna arrivare al rookie Todd Gurley per trovarne uno più giovane) e un contratto quadriennale gli consentirebbe di tornare sul mercato a 28 anni, con ancora diverse cartucce da sparare. Inoltre 12 dei 14 milioni garantiti sono stanziati nei primi due anni del contratto, motivo per cui Houston non si rovinerebbe a liberarsene nel caso le cose non dovessero funzionare. Ottimo colpo.

Diversa è la situazione di Brock Osweiler, il quarterback che quest’anno ha fatto tanto parlare di sé per le sette partite giocate a Denver durante l’infortunio di Peyton Manning. Sintetizziamo in una gif come è andata la trattativa per Osweiler.

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72 milioni in 4 anni di cui 37 garantiti, il 51%, una media di 18 milioni all’anno. Va detto che l’ex stella di Arizona State è dotati di un fisico perfetto per il ruolo, un braccio potente e ha solo 25 anni, ben altre qualità rispetto all’attuale partente Hoyer, trentenne che a livello di partenze dimostra di raggiungere lo stesso livello statistico di Osweiler, come fa notare Bill Barnwell di ESPN.

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Con il ritiro di Manning sarebbe toccato a Osweiler prendere in mano i campioni del mondo ma ha preferito cambiare destinazione sia per una questione economica (Denver offriva 7 milioni garantiti in meno) e soprattutto perché ha detto di essere rimasto deluso dalla decisione di coach Kubiak di farlo sedere in panchina nell’ultima partita della regular season nonostante l’ottimo record ottenuto nelle partite precedenti. Insomma, Osweiler è andato in un’altra squadra per voler far mangiare le mani a Denver, cosa non facile avendo solo sette partenze in carriera. Ora però ha una squadra con una più che discreta struttura offensiva, un contratto da leader e la fiducia di tutti, è il suo turno per far vedere che quei soldi li vale.

UN CANTIERE CHIAMATO PHILADELPHIA – L’esperimento dell’era Chip Kelly è andato in fumo, questa è l’unica cosa chiara. Philadelphia sta cercando di rinascere dalle proprie ceneri sotto la nuova gestione di coach Doug Pederson e per fare ciò deve distruggere tutto ciò che aveva fatto Chip Kelly, uno di quei coach che deve per forza lavorare con giocatori specifici, difficili da integrare in altri sistemi. Via quindi alla distruzione.

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Si parte col botto, Philly infatti manda Kiko Alonso, Byron Maxwell e e la tredicesima scelta a Miami in cambio della ottava scelta al Draft. Insomma, due titolari per guadagnare cinque posizioni al Draft. Può sembrare poco ma va ricordato che Philly non ha scelte al secondo giro per via della trade che portò Sam Bradford in casa Eagles, inoltre Maxwell viene da una stagione orribile, cosa che non aiuta a scambiarlo considerando il pesantissimo contratto che si ritrova. La vera perdita di Philadelphia si sintetizza in un nome: Kiko Alonso, giocatore validissimo e dall’impatto sul cap praticamente nullo dovendo entrare nell’ultimo anno del contratto da rookie. Alonso potrebbe anche rivelarsi particolarmente efficace a Miami dato che tornerà a giocare in una difesa 4-3 come linebacker centrale e non più nella più affollata 3-4, con un linebacker in più.

La rivoluzione Eagles passa anche da altre trade. Philadelphia a mandato a Tennessee la scelta al quarto round e DeMarcoMurray in cambio di una scelta al quarto round. In pratica ha scaricato Murray e basta. Certo, è una mossa che colpisce dato che Murray è stato il giocatore offensivo dell’anno solo nel 2014, però l’ex Oklahoma Sooners ha un contratto pesante e Philadelphia ha bisogno di ricostruire da zero. Per questo motivo la trade ha senso, anzi è più vantaggiosa per Philadelphia che per Tennessee visto che risparmieranno 13 migliori di dollari tra impatto sul cap e denaro garantito a Murray.

L’unica cosa che Pederson ha deciso di non cambiare è stato il quarterback. Sam Bradford resterà a Philadelphia nonostante una stagione non scintillante, anzi resterà a prezzo carissimo visto che prenderà 35 milioni in 2 anni, di cui 22 garantiti. Mossa discutibile? Certo, ma evidente coach Pederson ha voluto dare fiducia a Bradford, convinto che sia stato messo in difficoltà dalla brutta situazione creata da coach Kelly. La firma che più ha fatto storcere il naso è infatti quella che riguarda Chase Daniel. Il quarterback di riserva già conosciuto da Pederson a Kansas City arriva agli Eagles con un triennale da 21 milioni per fare la riserva. Decisamente troppo, non solo per le capacità di Daniel, proprio per la situazione di una squadra che ha già un partente ben definito, sia per le idee del coach che per il contratto appena rinnovato. A causa di queste firme ovviamente non si poteva tenere anche Mark Sanchez a 5.5 milioni all’anno come terzo quarterback. L’ex New York Jets è infatti partito in direzione Denver in cambio di una possibile scelta futura al Draft, non che a Philadelphia interessi davvero dato che avrebbero comunque tagliato il giocatore finendo per spendere un milione in più rispetto alla trade.

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Ricordiamo che Mark Sanchez ha provocato un fumble andando a sbattere contro il sedere di un compagno. Chi dimentica è complice.

Queste operazioni di trade hanno quindi liberato molto spazio salariale che ha permesso a Pederson di psozionare i primi mattoni per i nuovi Eagles, nel dettaglio Brandon Brooks per la linea offensiva (40 milioni in 5 anni), hanno rinnovato Vinny Curry per la linea difensiva (47.5 milioni in 5 anni) e Rodney McLeod per la secondaria (37 milioni in 5 anni). Curry è una certezza, tanto più che con l’arrivo del nuovo defensive coordinator Jim Schwartz potrà tornare nella sua cara difesa 4-3 come defensive end. Brooks è uno dei migliori offensive lineman di questa classe di free agent, un ragazzo che potrà dare molte certezze a Bradford, Daniel o chi per loro. Interessante sarà vedere McLeod, praticamente non considerato da nessuno fino a un anno fa ma sulla bocca di tutti quest’anno dopo l’ottimo anno della secondaria dei Rams di cui abbiamo già parlato nel paragrafo precedente in occasione di Janoris Jenkins, le cui righe scritte equivalgono a quello che si dovrebbe dire sul neo Eagles.

Philadelphia sta rischiando a ripartire da zero ma la storia ci insegna che nello sport americano l’unico modo per diventare grandi è fare tabula rasa. Fino ad ora sembra che Philly si sia mossa molto bene ma lo dicevamo anche l’anno scorso all’arrivo di Maxwell, Murray, Alonso e compagnia. Questo primo anno di Pederson sarà fondamentale per valutare gli Eagles del futuro.

LA FINE DI UN ERA – Non si può non chiudere senza parlare dei ritiri. Oltre ai giocatori in partenza per la scadenza del proprio contratto, le squadre devo trovare sostituti anche per i giocatori ritirati, cosa peraltro non facile se si tratta di leggende. Ad esempio quest’anno si sono ritirati Peyton Manning, leggendario quarterback e campione uscente del Super Bowl numero 50, la inossidabile safety Charles Woodson e il sempre solido defensive end Jared Allen. Chi è cresciuto con la NFL degli ultimi dieci o quindici anni non può non essere triste per il ritiro di questi fuoriclasse. I record di Manning a Indianapolis con Marvin Harrison, gli intercetti e la duttibilità di Woodson e infine i sack di Jared Allen, forse il più dominante defensive end degli anni 2000 insieme a J.J. Watt, non possono che essere stampati nella mente dei fan. Non è un caso che a Indianapolis abbiamo detto proprio in questi giorni di non essere interessati al fatto che Manning abbia chiuso la carriera a Denver, i Colts provvederanno infatti a ritirare la maglia numero 18 e a costruire  una statua di Manning fuori dal Lucas Oil Stadium.

Rimpiazzare gente come Manning, Woodson e Allen è pressoché impossibile ma fa parte del naturale percorso della vita sportiva. Manning e Woodson stanno per compiere quarant’anni, Allen 34, ed è normale alzare bandiera bianca. Il vero problema per le franchigie è quando gente come Calvin Johnson e Marshawn Lynch decide di ritirarsi pur essendo ancora lontani dalla scadenza del contratto (2018 per Lynch, 2020 per Johnson) e giovani (trent’anni Johnson, ventinove Lynch). Anche B.J. Raji, il defensive tackle ventinovenne dei Green Bay Packers ha deciso di appendere il casco il chiodo.
Il football di oggi è sempre più fisico e spossante, inoltre tutte le nuove piattaforme di comunicazione tengono gli atleti sono un costante riflettore di cui è facile stancarsi. Lynch su tutti non è nuovo a scontri con i media e con le istituzioni della NFL, aggiungete a questo anche un anno con diversi infortuni ed ecco che non si fa così fatica a capire il motivo di un ritiro prematuro. Lynch ha anche dichiarato di non aver speso un centesimo dei soldi guadagnati con i suoi contratti NFL dal giorno del Draft dato che quelli gadagnati con gli sponsor gli bastavano. Si aggiunge così il fattore di sicurezza economica che aiuta il ritiro. Non si sa se Raji e Johnson siano stati parsimoniosi quanto Lynch, di  certo Johnson può stare tranquillo dato che il suo contratto con i Lions era tra i più alti in tutta la NFL.

I ritiri di questo 2016 sono particolarmente importanti e probabilmente sarà quasi impossibile trovare dei degni eredi in  tempi brevi, ma questo è lo sport  e tra qualche anno potremmo raccontare di quando abbiamo visto giocare Manning, Woodson, Allen, Lynch e Johnson nello stesso campionato, e sarà come raccontare una favola.

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