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Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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