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Fuocoammare di Gianfranco Rosi

Dopo aver ottenuto i massimi onori al Festival di Venezia qualche anno fa con il suo lavoro precedente, quest’anno Gianfranco Rosi ha nuovamente trionfato in un’importante rassegna cinematografica come la Berlinale col suo nuovo film Fuocoammare.
La pellicola è un documentario un po’ atipico, nel senso che si sforza molto poco di diffondersi sul tema che si propone di affrontare, quello del tragico viavai umano in corso a Lampedusa ormai da diversi anni, e sembra più interessata ad una ricognizione dei luoghi in cui le vicende dei migranti si mischiano a quelle degli abitanti del marginale isolotto.

Il protagonista di Fuocoammare, il punto di contatto che gli spettatori hanno con lo strano paesaggio che il film esplora, è un ragazzino locale, i cui impegni includono la distruzione delle pale di fico d’india, il confezionamento di sofisticate armi da lancio, e l’apprendimento di tecniche marinaresche varie ed eventuali. Il giovane eroe non entra mai in contatto con la brutale realtà che l’isola sembra quasi voler celare, e alla fine della proiezione restiamo col dubbio: la sua funzione nel film è stata quella di diluire le atrocità che ci sono state mostrate, o il regista è semplicemente rimasto affascinato dai curiosi rituali di questo giovanotto che magari gli ricordava la propria infanzia più di quanto i moderni pargoli cittadini sarebbero in grado di fare?

Non ho trovato risposta a questo dilemma, e per quanto questa particolare forma di irresolutezza possa sembrare non esageratamente significativa, attira l’attenzione su una tendenza che Fuocoammare presenta anche su scala più ampia. Chiariamo subito, non penso che un documentario debba necessariamente avere un punto, un messaggio, o un filo di ragionamento, e come raccolta di immagini più o meno poetiche questa ultima fatica di Rosi risulta quantomeno un collage interessante. Un po’ perché l’ambito tematico in cui si muove è di stringente attualità, un po’ per l’ampiezza dello iato tra i momenti passati a fare nulla con Cicciuzzo (che non è il vero nome del bambino, ma sarebbe stato divertente se lo fosse stato) e quelli in cui ci vengono schiaffate in faccia fame malattia e morte, si fa però fatica a congiungere le varie anime del film, che risulta in qualche modo sfocato.

Non è un peccato mortale, e molte delle singole sequenze sprigionano una potenza cinematografica che è raro ritrovare nelle produzioni nostrane, ma uscendo dalla sala la sensazione netta era quella di un film che non sapeva esattamente dove voleva andare a parare.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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