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Trasformazioni e crisi d’identità: chi è Rihanna?

Undici anni di carriera, otto album, oltre duecento milioni di copie vendute, una lista di record che non finisce mai: Rihanna non ha bisogno di biglietti da visita, è nell’Olimpo del pop. Ma se io vi chiedessi chi è Rihanna, ci sarebbe una risposta? Dai toni caraibici di Pon de Replay e Man Down alle suggestioni dubstep di Jump, dalla trap di Bitch Better Have My Money all’R’n’b anni novanta di Umbrella (e alla sua declinazione contemporanea in Diamonds), passando per ballad e pop nel senso più assoluto della parola e sfociando in collaborazioni rap: non c’è una cifra distintiva che dica immediatamente Rihanna.

La voce, certo. Agli esordi più rotonda e burrosa, oggi affilata e stridula, ma comunque marchio di fabbrica di un nome che è da sola una delle più grandi industrie del pop. Certo, ad accostare FourFiveSeconds e All of the Lights (due singoli in cui appare al fianco di Kanye West – e nel primo c’è anche Sir Paul McCartney) si fa fatica a pensare che sia la stessa cantante. Però il timbro-Rihanna è talmente riconoscibile che persino una songwriter di alto livello come Sia ha si è inizialmente imposta imitandolo. Ma può bastare il fatto stesso che sia Rihanna dietro al microfono a fare da trait d’union nel mare di arrangiamenti e contaminazioni che è venuto fuori dal 2005 ad oggi? Chiedete a Christina Aguilera per la controprova: voce iconica (anche negli eccessi autocompiaciuti) ma cronica mancanza di identità, continui cambiamenti alla ricerca di un qualcosa che dica “ecco, questa sono io, Christina”.

Si dirà: ma il pop mica ha bisogno di questa onestà. In realtà ad una popstar serve sì un personaggio che sia “larger than life”, ma che abbia le radici nella propria personalità aumentata esponenzialmente per il palco. Un vecchio trucco dei grandi attori – non è proprio questo che amiamo in un Leonardo Di Caprio o in un Robert De Niro? Poi certo, anche al cinema esistono gli artisti della trasformazione (Daniel Day Lewis, Gary Oldman), ma mi sembra più sensato accostarli ad artisti poliedrici (che so, un Bowie), mentre Rihanna fa un effetto un po’ alla Nicholas Cage.

Ma è un pregiudizio, e lo ammetto senza problemi. Istintivamente non viene da pensare che Rihanna sia al centro delle decisioni creative – quante volte ci hanno ripetuto che la popstar è un burattino, la metti dietro al microfono e canta? Ad un cantante rock concediamo il beneficio del dubbio con più serenità, forse perché non siamo intimiditi dalla lista di credits sotto ogni canzone: produttori, arrangiatori, ghostwriter, è un piccolo clan. Ma al centro delle decisioni c’è chi ci mette faccia e voce. Certo, magari la Rihanna degli inizi ascoltava Jay-Z e seguiva una strada che il suo produttore dettava: e non è forse il rapporto più importante della musica (di tutti i generi), quello tra un produttore creativo e propositivo e un artista ricettivo e pronto a mettersi in gioco?

Molte volte abbiamo avuto ragionevoli sospetti sulla qualità del pacchetto Rihanna. Che senso aveva insistere su un’immagine erotica e sottomessa dopo lo scandalo delle violenze di Chris Brown? C’è una logica artistica, estetica, creativa di qualche tipo nel presentare uno dopo l’altro brani (e identità) agli antipodi come S&M e California King Bed? Sono inciampi di percorso – non certo commerciali, diciamo ideologici – che però si sommano per formare un quadro impossibile da fraintendere. Rihanna c’è, ed è inequivocabilmente Rihanna. Non ha innovato come altre, ma ha imposto se stessa come unica possibile rivale di Beyonce, dominando la scena pop per un decennio. Cambiando è riuscita a inseguire la modernità da vicino, aggrappandosi a tendenze emergenti dall’underground anche con un certo anticipo rispetto a molte colleghe. Non tutti possono essere Madonna, in fondo.

About Filippo Festuccia

Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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