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40 anni di Clarence Seedorf

È il 13 maggio 2012. A San Siro, va in scena un Milan-Novara che ha poco valore per la classifica: è l’ultima giornata e, a sorpresa, la Juventus di Antonio Conte è già campione d’Italia. Il Milan, alla fine dei conti, è stato una delusione. Con Ibrahimovic in attacco e altri fuoriclasse al suo fianco, non è riuscito a difendere il titolo. Eppure, a San Siro, nessuno sembra interessato alla classifica. È un altro il motivo che spinge i tifosi rossoneri a recarsi allo stadio: Inzaghi, Gattuso e Nesta ─ così come Zambrotta e Van Bommel ─ hanno annunciato che quella è la loro ultima partita con la maglia del Milan. Alle celebrazioni, però, manca un nome, quello di Clarence Seedorf. Anche per lui è l’ultima partita in rossonero, ma non viene onorato. Forse che i tifosi non lo ritengono una bandiera e una pedina fondamentale del Milan degli anni 2000 al pari delle altre tre colonne? Macché, semplicemente perché Seedorf, come sempre, ha voluto fare le cose a modo suo. Nessun addio sul campo, lui sta ancora aspettando che la società gli proponga un rinnovo contrattuale, che non arriverà. Ed è così che l’ultima partita rossonera di uno dei più grandi fuoriclasse della storia del Milan passa sotto silenzio, senza che nessuno sappia se sia il caso o meno di salutare definitivamente l’olandese.

La personalità di Clarence Seedorf è forse stata addirittura più ingombrante del suo talento. E non sempre gli ha permesso di ottenere i riconoscimenti che avrebbe meritato. Per chi passava da San Siro negli anni magici del Milan di Ancelotti, non era raro sentire i fischi dei tifosi all’indirizzo dell’olandese. Non erano manifestazioni di disprezzo verso il giocatore, che comunque era molto amato, ma verso il suo modo di approcciare alcune partite di secondo piano. Divenne chiaro, infatti, quando per Seedorf iniziò il calo fisico, che il Seedorf delle partite di cartello era un giocatore e il Seedorf delle altre gare era un altro giocatore ancora. Decisivo e magico il primo, lento e lezioso il secondo. E, a proposito di personalità, un’altra scena frequente nei pomeriggi e nelle notti di San Siro di quei tempi era l’occhiataccia che Seedorf riservava ad Ancelotti ogni qual volta veniva sostituito. Due situazioni paradossali, se vogliamo: un pubblico che fischia un giocatore che ama e una litigata (sempre appena accennata) tra un giocatore e un allenatore che si rispettano ai massimi livello. Questo era Clarence Seedorf: un fuoriclasse mai banale, in grado di sovvertire qualsiasi ordine conosciuto e percepito.

La carriera di Seedorf è sempre stata contraddistinta dai successi di alto profilo e dal modo in cui, con le sue giocate, li ha accompagnati. Fin da giovanissimo, quando con l’Ajax degli originari del Suriname (oltre a lui, anche Davids e Kluivert e, successivamente, Reiziger e Bogarde) vinse la Champions League 1994/1995. Il gol decisivo, per sconfiggere il Milan di Capello, lo siglò Kluivert nel finale, quando Seedorf era già in panchina, sostituito da Nwanko Kanu. Poi, fu il turno del Real Madrid: con i blancos Seedorf vinse la Champions 1997/1998, in finale contro un’altra squadra italiana (la Juventus). Un pezzo di storia importante già scritto, due successi di questo livello ottenuti con due squadre diverse. Ma c’è un piccolo particolare: nel 1998, Seedorf ha solo 22 anni e tutta una carriera davanti. E se la parentesi con l’Inter lascia, tra i ricordi, solo una magica doppietta segnata alla Juventus (sempre lei), è al Milan che l’olandese lega indelebilmente la sua carriera.

Il Seedorf che arriva al Milan è un giocatore di 27 anni con le treccine lunghe, che abbina al talento naturale un dinamismo fuori dal comune. Da interno sinistro nel rombo di Ancelotti, con Pirlo davanti alla difesa, Gattuso a destra e Rui Costa dietro le punte, si dimostra un elemento in grado di spaccare le partite con le sue accelerazioni e i suoi tocchi al velluto. Tanto per cambiare, al primo colpo Seedorf vince il titolo più importante. L’avversaria in finale di Champions League è ancora una volta la Juventus, che dopo 120′ di equilibrio crolla ai calci di rigore. Dida fa meglio di Buffon, Shevchenko segna il tiro decisivo e la Champions League finisce per la sesta volta nella bacheca rossonera. Seedorf, in finale, sbaglia il rigore. Per la verità, il suo fu uno dei rigori meglio tirati nella serie, ma Buffon intuì la traiettoria. A 27 anni appena compiuti, Clarence Seedorf è l’unico giocatore nella storia del calcio ad aver vinto la Champions con tre maglie diverse.

Per il definitivo posto nella leggenda rossonera, però, bisogna aspettare ancora quattro anni. In mezzo tra il 2003 e il 2007 ci sono, tra le altre cose, lo Scudetto del 2004 in cui è presente quel magnifico gol segnato a Toldo per ribaltare un derby da 0-2 a 3-2. Il Milan, all’edizione 2006/2007 della principale coppa europea, ci arriva pesantemente indebolito dall’estate di Calciopoli. Costretto a partire dai preliminari, perde la possibilità di sfruttare la retrocessione della Juventus per rinforzarsi in maniera consistente con il mercato. Il preliminare, per esempio, impose ai rossoneri di attendere l’eventuale qualificazione alla fase a gironi prima di chiudere una trattativa già definita nei dettagli con Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese, nel frattempo, si accordò con l’Inter. Il vecchio Milan si presenta ai nastri di partenza della Champions con una squadra ritenuta troppo anziana per poter arrivare fino in fondo, oltretutto dopo la cessione di Shevchenko al Chelsea. Eppure, fin da subito, si percepisce come i ragazzi di Ancelotti siano in missione. Per riscattare Istanbul, per riscattare la semifinale con il Barça dell’anno prima, per riscattare lo scandalo di Calciopoli.

Seedorf, lo dicevamo in apertura, non si è mai distinto per l’abnegazione, soprattutto nelle partite di secondo piano. Ma, forse per uno dei tanti elementi intricati della sua complessa personalità e mentalità, ha sempre sfruttato i grandi palcoscenici per dimostrare la sua superiorità mentale e tecnica. Anche nella parte finale della sua carriera, per esempio quando fornì uno straordinario assist a Pato per vincere al Bernabeu contro il Real o quando segnò un gol al Chievo che poteva risultare decisivo per la rincorsa Scudetto. E nel 2007 tutta la superiorità di Clarence Seedorf venne fuori.

Nei quarti di finale, dopo il 2-2 dell’andata a San Siro, il Milan andò a vincere 2-0 sul campo del Bayern Monaco. Seedorf segnò il gol del vantaggio e poi mandò in porta, con uno degli assist più belli della sua carriera, Inzaghi per il 2-0. Milan di nuovo alle corde dopo la semifinale d’andata: a Old Trafford, contro il Manchester, i rossoneri persero per 3-2. Lo United, in rampa di lancio con un giovane campione come Cristiano Ronaldo già leader, sembrava in grado di poter impensierire il Milan anche a San Siro. E invece Kakà (autore di una doppietta all’andata) aprì subito le marcature e venti minuti dopo fu sempre Seedorf a trovare il raddoppio, con uno spettacolare tiro da fuori in seguito ad un rimpallo vinto. Il Milan trionfò per 3-0 e andò poi a vincere per 2-1 (doppietta di Inzaghi) la finale di Atene contro il Liverpool.

Il Pallone d’Oro 2007, giustamente, andò a Kakà, capocannoniere della Champions League e assoluto protagonista. Eppure, quell’edizione della coppa fu la definitiva affermazione di un giocatore che probabilmente non aveva neanche bisogno di quell’ulteriore passo per raggiungere lo status di leggenda. Seedorf dimostrò una volta per tutte che, se da un lato il suo fisico non gli permetteva più di correre ai ritmi degli avversari, dall’altro la sua visione di gioco e la sua capacità di imporsi nei momenti decisivi di una partita erano quanto di meglio si potesse chiedere da un calciatore. E forse anche da questo punto di vista si possono spiegare i fischi di cui ogni tanto era bersaglio: i tifosi del Milan si aspettavano che Seedorf potesse risolvere ogni partita. Ma non era così, l’olandese aveva bisogno di un palcoscenico su cui poteva affrontare i migliori del mondo per poter rendere al meglio. Per poter, in sostanza, dimostrare di essere uno di loro. Un giocatore e un uomo mai banale, uno dei più grandi campioni che il calcio italiano abbia mai avuto. Con una settimana di ritardo, tanti auguri Clarence.

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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