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Discorsi per immagini

L’architettura dei nostri tempi sta facendo i conti con delle difficoltà nuove: si costruisce poco e si progetta molto, spesso con la coscienza che una gran parte di queste idee non troveranno possibilità di concretizzarsi. In realtà, quella che potrebbe sembrare una condizione penalizzante, presuppone altre possibilità di ricerca.

Oltre ai modi in cui si pratica l’architettura e a quelli in cui di essa si parla, sono proprio i metodi di comunicazione ad aver profondamente cambiato la diffusione dell’architettura stessa. Viviamo dunque una fase di architettura per immagini, in così rapida evoluzione da rendere complesso e inevitabile un ragionamento sul loro significato. Sembra che l’architettura dei nostri giorni compia esclusivamente l’indagine sulla propria natura attraverso l’immagine, quasi relegando in essa il fine ultimo dei propri ragionamenti.

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Mies van der Rohe, progetto per la Convention Hall, 1954

In realtà sappiamo bene quanto il disegno, in quanto strumento tecnico, abbia sempre costituito il metodo più rapido d’indagine. La contemporaneità ha poi consentito il distacco dell’immagine dalla necessità di essere  esclusivamente descrittiva, portandola sul piano dell’evocazione delle sensazioni o del modo in cui uno spazio può essere immaginato. Unendo questa condizione alla semplicità tecnica con cui è ormai possibile realizzare queste immagini, si ottiene il lessico nuovo che stiamo iniziando a conoscere.

La presenza dell’atelier portoghese FALA alla Casa dell’Architettura di Roma, nell’incontro del 11 aprile scorso, ha rimarcato con un accento chiaro questa condizione nuova. Per di più, in una città che ha sempre fatto del disegno di architettura una propria caratteristica imprescindibile. Negli ultimi anni un cambiamento importante è avvenuto sotto i nostri occhi, quasi senza averci dato il tempo o la lucidità necessaria per rendercene conto: le immagini che comunicano i progetti si sono modificate radicalmente, in modi non completamente nuovi di rappresentazione, ma differenti rispetto a quello che fino a poco fa eravamo soliti conoscere. E il tutto non può essere ridotto ad una questione di modo in cui si rappresenta l’architettura, ma è probabilmente la comunicazione stessa ad essere in evoluzione.

 

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FALA Atelier, Bauhaus museum, Dessau, 2015

 

Pensiamo a quanto rapidamente il fotorealismo, che sino a ieri sembrava l’unica ed inevitabile strada attraverso la quale percorrere la comunicazione del progetto di architettura, sia diventata rapidamente obsoleta. Oggi a quelle rappresentazioni dalla forzata ricerca iper realista, si preferisce quello della evocazione di una percezione. Un modo paradossalmente più comprensibile per raggiungere il medesimo obbiettivo. E proprio quello della componente percettiva pare sia il vero campo sul quale spendere le maggiori energie progettuali.

Per i moderni la pianta veniva eletta ad elemento generatore dello spazio. La sua razionalità doveva essere alla base dell’opera architettonica, in una dipendenza scientifica tra modi di rappresentala e di viverla. A distanza di anni, anche attraverso il pensiero di personaggi come Bruno Zevi, si è criticata proprio l’inadeguatezza della pianta come elemento in grado di essere percepito da chi vive il medesimo spazio. Due posizioni opposte, ma entrambe non pienamente sincere, proprio perché la complessità dello spazio architettonico richiede una necessaria congiunzione delle due cose: una pianta misurata dà vita ad uno spazio efficiente, uno spazio calibrato sulla funzione che ospita ha la necessità del dato geometrico che lo riporti ad essere condizione fisica concreta e realizzabile.

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Alvaro Siza, chiesa di Marco de Canaveses, 1994

Senza scomodare modelli del passato da noi troppo lontani, ma cercando piuttosto nell’opera dei nostri giorni, è chiara l’importanza del metodo progettuale di Alvaro Siza, forse uni dei personaggi della contemporaneità che meglio ha saputo coniugare il problema del dato costruttivo (e quindi del disegno tecnico), con la comprensione che si ha dello spazio progettato. Capostipite di una scuola di architettura, uniformatore non solo un modo di fare architettura, ma anche di rappresentarla, egli parte esattamente dal disegno intendendolo come ricerca della spazialità progettata. Ma la grande differenza rispetto alle immagini che siamo ormai abituati ad osservare risiede nella scelta di punti di vista possibili, posizioni prospettiche reali di uno spazio ancora solo immaginato. Una qualsiasi pianta dei suoi edifici è allora chiara espressione di questa maniera di intendere lo spazio; gli aggiustamenti percettivi giustificano le sgrammaticature delle linee, perché l’assunto fondamentale è che la percezione dello spazio si ha soltanto nel momento in cui lo si attraversa.

Alvaro Siza, Museo Serralves, 1997
Alvaro Siza, Museo Serralves, 1997

Una posizione decisamente differente rispetto alle immagini che oggi troviamo pubblicate un po’ ovunque e che attirano la nostra attenzione. La scelta delle tecniche della geometria descrittiva allontana il progetto dal dato fisico e lo trasporta su quello percettivo, sensoriale. La rappresentazione dell’architettura non deve però dimenticare la propria natura di ricerca progettuale, così come non deve correre il rischio di diventare fine ultimo del progetto. Il compiacimento dell’immagine è il rischio maggiore che essa può correre, sopratutto nel momento in cui non riesce a tradursi in spazio costruito. Rimane la necessità di indagare la percezione che dello spazio architettonico si vuole dare, con la consapevolezza che questa sintesi si ottiene tenendo conto non solo dei dati comunicativi, ma soprattutto attraverso le risposte progettuali e tecniche in grado di determinare una efficace sintesi tra fascinazione e immagine reale.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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