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Mistress America di Noah Baumbach

Esce in questi giorni nelle sale romane Mistress America, l’ultimo film di Noah Baumbach, giunto ormai alla terza collaborazione con Greta Gerwig, che dopo aver recitato in Greenberg ha anche contribuito alla sceneggiatura dei due lavori successivi, incluso quest’ultimo.
Il film è ambientato nella grande mela, dove una studentessa universitaria con ambizioni letterarie stringe rapporti con la squinternata figlia del compagno di sua madre, dalle cui scorribande prenderà ispirazione per i suoi racconti.

Sia lo sfondo, sia gli sviluppi della vicenda rientrano senza troppo sforzo nel solco tracciato da Baumbach durante tutta la sua carriera, e se la staticità del regista in questo senso comincia un po’ a sembrare una limitazione, va detto che a livello di ritmo e tono Mistress America presenta una vena pressoché screwball che nel repertorio del regista non era mai stata così pronunciata.
Non che i personaggi e le situazioni dei film di Baumbach fossero mai stati particolarmente naturalistici, ma questa sua ultima produzione si abbandona spesso e volentieri a scambi ai limiti dell’assurdo, situazioni artificialmente contorte e tutto l’armamentario old school che le commedie contemporanee hanno un po’ abbandonato.
La cosa sarebbe anche interessante se non fosse fin troppo evidentemente un’operazione consapevole che non si abbandona mai fino in fondo a queste tendenze, e le mischia allo spirito più malinconico e autoriflessivo che ci saremmo aspettati prima dei titoli di testa. La commistione non è atroce, e meccanicamente risulta eseguita in maniera abbastanza efficace, ma ci lascia un po’ con la sensazione di aver assistito ad un esperimento in cui nessuno ha creduto fino in fondo.
Del resto una commedia in stile anni ’40 probabilmente non sarebbe lo stile di Baumbach, e se si fosse profuso in quel senso il risultato sarebbe stato ancora più posticcio e innaturale, per cui immagino che la migliore prospettiva in cui si possa vedere Mistress America è quella di un mezzo esperimento i cui frutti potrebbero maturare in qualche lavoro futuro.

Negli ultimi anni ho sempre avuto la sensazione che Baumbach fosse sul punto di spiccare il volo, ma dopo una manciata di film che non sono riusciti a spingersi più in là di un livello di competenza con potenzialità, l’ottimismo comincia un po’ a vacillare. Resto più positivo sul suo futuro di quanto lo sia per quello del suo amico e collega Wes Anderson, ma c’è da dire che il passato di quest’ultimo contiene dei picchi che il suo ex-sceneggiatore deve ancora raggiungere.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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