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Axl Rose con gli AC/DC: il funerale del rock

L’annuncio del supertour degli AC/DC con Axl Rose a sostituire Brian Johnson rischia di essere l’ultimo scossone del rock come si intendeva una volta. Quello delle arene, dei fuochi d’artificio, dei cori e degli accendini, quello di MTV insomma. Un incontro fra due band – gli AC/DC appunto e i Guns n’ Roses – che rappresentano due tratti inconfondibili del rock: i primi sono la rivoluzione che diventa borghesia dopo decenni di ripetizioni, i secondi un fenomeno popolare che si è autodistrutto per l’ego dei protagonisti.

È da un po’ che la musica ha smesso di essere in primo piano in questo rock, e si è passati a parlare di “esperienza” – live ovviamente, dischi memorabili non ne escono da un po’ – da vendere a chi quegli anni se li ricorda e soprattutto a chi non c’era e vuole un pezzo di storia. Aiuta il fatto che la maggior parte dei grandi gruppi rock salgano sul palco in modalità carroarmato (andate a vedere i Bon Jovi o gli Iron Maiden, per dire), dal momento che il loro valore sul mercato dipende interamente dalla capacità di stupire ancora dal vivo.

Ma quanti colpi può ancora sparare il cannone? Quante accoppiate inedite possono tenere vivo il sogno middle age e middle class? L’ascesa dei…socialmente svantaggiati allo stardom del rock dagli anni ottanta in poi ha gradualmente imposto modelli diversi – meno intrisi di quel machismo tossico e cartoonesco, meno urlatori, meno spacconi. E più artisti. Ma meno star, ed è il punto cruciale. Il mondo (ex) indie produce supergruppi senza hype (The Last Shadow Puppets, per citare un esempio recente, con Alex Turner degli Arctic Monkeys e Miles Kane), che fanno notizia solo sulle testate specializzate. Nessuno di questi musicisti è un’icona pop, perché nessuno ha una personalità dominante – un bene, perché evita gli eccessi e le ipocrisie delle generazioni precedenti, ma un male perché senza la star passa in primo piano la musica, e di innovazioni ce ne sono state poche.

Sembra, senza voler necessariamente dividere il mondo in bianchi e neri, che questa transizione sia riuscita meglio nel mondo dell’hip hop, in cui la declinazione artistica è arrivata a sostituire il machismo di qualche anno fa ma non a contraddirlo. Ma un concerto rap rimarrà meno accessibile per chi è “fuori”. Non serve nessun ponte culturale per sedersi in uno stadio e ammirare lo spettacolo dei Metallica, che sia in Thailandia o in Argentina. Così anche per un certo tipo di pop, che nasce proprio dal rock delle arene di fine anni settanta. L’hip hop è per i fan e per chi ha una comprensione del linguaggio – verbale e non – di quel rapper nello specifico.

Una fama globale per Drake, Kendrick Lamar, Kanye West (e non dimenticherei Eminem, davvero) che fatica a declinarsi in una globalizzazione dell’esperienza. Fenomeno che sembra adatto al mondo virtuale, in cui i fan sono iperspecializzati ma non formano gruppi sociali se non online, ma che fondamentalmente segna la fine di un certo modo di interpretare il successo musicale. Godiamoci quindi, al netto delle comprensibili critiche per Axl Rose e gli AC/DC (che per dirla fuori dai denti sono nati bolliti o lo sono diventati dopo pochi anni), quello che forse è l’ultimo grande supertour del rock: la nostalgia può far bene.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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