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URBS PICTA: William Kentridge sul Tevere

2016_04_19_Kentridge1

 

Vi fu un tempo in cui l’ Urbe eterna prese parte alla florida stagione delle urbes pictae: un movimento rinascimentale che vide le famiglie desiderose di celebrare le proprie facoltà e poteri,  intente nel commissionare  a maestri del disegno l’opera di grandiosi fregi sulle facciate dei propri palazzi nobiliari. Così in questi giorni primaverili, nei primi venti del Cinquecento,  girando tra i vicoli del centro storico romano, era probabile  incappare nella figura di Polidoro da Caravaggio, Maturino da Firenze o Daniele da Volterra, in cima a qualche impalcato, concentrati ad istoriare racconti sui muri della città.

A sinistra Polidoro da Caravaggio
A sinistra Polidoro da Caravaggio in Palazzo Gaddi, a dx Daniele da Volterra in Palazzo Massimo

 

Tra Piazza Navona e Campo dei Fiori se ne conservano alcuni brani preziosi, consumati dal tempo: in Via della Maschera d’Oro, su Palazzo Milesi; a Palazzo Massimo in Piazza de Massimi; o a Palazzo Ricci in Piazza de’ Ricci. La tecnica ricorrente era quella di applicare su parete una colla di carbone, materia scura ed un secondo strato di intonachino chiaro: grattando via quest’ultimo usciva fuori la materia bruciata, dando vita a disegni su contrasti chiaroscurali.

Fregi d’amore per il mito e la storia, fregi bianchi e neri a far da volti agli spazi urbani.

Si è da poco conclusa la grandiosa opera di William Kentridge sui muraglioni del Tevere:  Triumphs and Laments corre a fianco del fiume da ponte Sisto a Ponte Mazzini, con un fregio di oltre cinquecento metri in ordine gigante.

L’artista sudafricano racconta attraverso il chiaro scuro, con una lunga processione di figure, glorie e sconfitte della Storia di Roma. Un’opera che si erige sul gioco dei contrasti: imponente, ma anche effimera. Durerà cinque anni o poco più il disegno sulle pareti, perché in questo site specific Kentridge ha lavorato sulla velatura del tempo, rimuovendo la patina biologica solo nelle sezioni del disegno scelte. Nero qui non è il carbone, bensì lo sporco accumulato dalla vita urbana mentre il bianco è vestito dalle porzioni ripulite con i getti d’acqua.  Ma l’amor per la materia bruciata è presente in tutta l’opera del grande disegnatore ed al Macro di Via Nizza sono esposti in mostra i vibranti bozzetti a carboncino che hanno costruito lo studio del grande fregio.

Studi dell'artista. Sulla sinistra ed al centro si notano gli oggetti della contemporaneità. Sulla destra in rosso abbozzato il profilo dell'Apollo e Dafne berniniano
Studi dell’artista in mostra al Macro. Sulla sinistra ed al centro si notano gli oggetti della contemporaneità. Sulla destra in rosso abbozzato il profilo dell’Apollo e Dafne berniniano

 

Il racconto della Città eterna è frammentato , il tempo si esprime attraverso una successione di momenti non correlati tra loro, confondendo il passato remoto con quello prossimo. Tra arcangeli e bighe, cavalieri e viaggiatori, la contemporaneità entra nell’opera attraverso l’uso di oggetti del quotidiano come caffettiere, macchine da cucire ed immagini emblematiche del dolore collettivo, quali il corpo esanime di Pasolini o la Renault dell’uccisione di Moro. Un instabile equilibrio di rimandi tra epos, realtà quotidiana e tragedia.

Abitiamo l’epoca della Postmodernità, dove sono crollate le grandi narrazioni totalizzanti. In questo smarrimento generale ognuno di noi è testimone di come sia fondamentale la ricerca di riparo e appiglio in una qualche narrazione, seppur frammentata. Si ha una soffocante esigenza di mettere in relazione le proprie esperienze ad un filo rosso che le leghi insieme e dia un senso al racconto: intenzioni, motivazioni e significati che restituiscano senso al proprio agire.

La città è specchio della società e proprio per questo ricomincia a vestirsi di graffiti e dipinti, basti pensare all’esplosione del fenomeno della Street Art. Dopo un lungo silenzio torna a prendere voce un racconto frammentato della collettività a cui non si può negare l’espressione.

Così riprende fondamentale ruolo ed importanza la narrazione ed il fregio romano di Kentridge è vita in tale senso: abbraccia la memoria collettiva. Si torna a raccordare così la propria esistenza, la praxis, ad una qualche storia, perché proprio nel logos risiede quell’impronta primordiale che ricorda come ogni vissuto trovi sincera certezza nella condivisione ed ogni uomo non sia mai solo nella sua solitudine.

Studi dell’artista in mostra al Macro

 

Per maggiori informazioni, visitare il sito www.triumphsandlaments.com

http://www.tevereterno.it/it/william-kentridge-al-macro/

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea e nello studio Warehouse of Architecture and Research.

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