Home / Architettura / Perché Bjarke Ingels è famoso e io no

Perché Bjarke Ingels è famoso e io no

big 1

Il 21 Aprile il Time ha pubblicato, come ogni anno, la consueta lista “The 100 most influential people”. Ho scorso l’elenco alla ricerca di qualche ben più illustre collega che mi desse un po’ di energia e motivazione per iniziare la giornata: un solo nome, ma poteva andare peggio. L’unico architetto della lista è Bjarke Ingels, 2 ottobre 1974, Copenaghen. Bjarke (non ho mai sentito nessuno chiamarlo con il suo cognome, tuttalpiù con la sigla dello studio che ha fondato, BIG) ha 41 anni. Gli anni di un architetto, non ho mai capito con chiarezza per quale motivo, valgono meno di quelli degli altri esseri umani: un architetto di 41 anni è grossomodo un ingegnere di 30, un medico che sta per ultimare la propria specializzazione. Insomma, essere ritenuti una delle 100 personalità più influenti al mondo è un risultato doppiamente importante per Bjarke, ma non desta stupore in chi frequenta l’ambiente e ancora meno in chi ha a che fare con gli studenti di architettura. Il motivo del grande successo di BIG? Ce lo spiega Rem Koolhaas:

 “Bjarke Ingels è la personificazione di una nuova tipologia di architetto altamente qualificato, che risponde perfettamente al corrente zeitgeist [se ve lo state chiedendo: si, Rem ha scritto zeitgeist]. Bjarke è il primo grande architetto in grado di liberare completamente la professione dall’ansia. Ha abbandonato la zavorra e preso il largo. In questo senso è completamente in sintonia con i pensatori della Silicon Valley, che vogliono rendere il mondo un posto migliore senza quello stress esistenziale necessario alle generazioni precedenti per avere credibilità.

Mentre qualcuno di voi cerca di riprendersi dallo shock di aver letto zeitgeist, stress esistenziale e Silicon Valley nella stessa frase lasciate che vi dica una cosa: la descrizione di Koolhaas è icastica, puntuale. Il lavoro di Bjarke presenta esattamente queste componenti declinate nelle due accezioni: i suoi estimatori lo trovano semplice, libero, diretto ed efficace, i suoi detrattori semplicistico, arbitrario, accattivante ma vuoto. E i due gruppi, nella mia pur piccola esperienza, dividono a metà il mondo dell’architettura. Un dato curioso, anche se scientificamente poco attendibile: in un sondaggio effettuato su 300 campioni, tutti architetti operanti, si è chiesto chi fossero i dieci architetti più sopravvalutati del momento e i dieci a cui dovrebbe essere dato maggior credito. Indovinate un po’? Bjarke Ingels si è classificato al settimo posto nella prima classifica e al terzo nella seconda. Bjarke è una di quelle che si definiscono personalità polarizzanti, personaggi che tendono a catalizzare l’attenzione su loro stessi più che sul loro operato e che ricevono giudizi particolarmente entusiasti o molto sprezzanti. Ma non facciamo tabloid, la questione della polarizzazione è davvero importante per capire perché BIG abbia una platea così equilibrata di detrattori e sostenitori. La sociologia ci spiega bene come, specialmente all’interno di gruppi coesi o che condividono ideali, decisioni e opinioni tendano a radicalizzarsi significativamente rispetto alle opinioni individuali. Se pensiamo ai Social Network come a delle comunità di carattere affiliativo, ovvero comunità in cui le relazioni sono basate sulla convergenza di interessi, non è difficile immaginare che effetti di polarizzazione possano passare dalla scala del gruppo sociale ascrittivo a quella di grande aree di interesse. Un effetto particolarmente noto e studiato è quello della polarizzazione dei gruppi sui temi politici, che porta le persone alla lettura/consultazione di piattaforme sulle quali scrivono gli opinion leader che rispecchiano le proprie convinzioni, contribuendo ad una radicalizzazione delle stesse.

Ma che cosa ha a che fare tutto questo con l’architettura? In generale, non molto. Ma nel caso di BIG le cose stanno in maniera diversa. Pensate solo alla descrizione che ne fa Koolhaas: pochissime parole sulla sua architettura, molte metafore che descrivono l’immagine del suo personaggio e quella che lui stesso vuole dare dell’architettura. Perché, nella mia esperienza, il grande dibattito sull’architettura proposta da BIG non arriva quasi mai all’architettura, si ferma alla sua immagine (a come si presenta) e all’immagine che Bjarke ne vuole dare (a come si rappresenta) e al gap che separa le due cose. Mi spiego meglio: andate sul sito di BIG e aprite uno qualunque dei progetti abilmente rappresentati da belle icone. Il pattern è grossomodo sempre lo stesso: qualche immagine del progetto realizzato o dei render, una scheda tecnica, una serie di diagrammi semplici ed immediati che raccontano il processo di progettazione, altre immagini che spiegano la spazialità dell’intervento. Eseguite questa operazione per quattro o cinque progetti e la questione emergerà chiaramente: le prime immagini sono sempre volte a rivelare il carattere iconico dei progetti di BIG, quasi onnipresente e certamente catalizzante l’attenzione del fruitore, e le successive intendono spiegare il processo che ha generato l’icona, rendendolo non solo accettabile, ma logico e – perdonatemi se potete – appropriato. La grande scissione tra i gruppi di supporter avviene in genere in questo momento: un gruppo crede alla veridicità dei diagrammi progettuali che, pur nella loro leggerezza, nella loro mancanza di stress esistenziale a cui si riferisce Koolhaas, possono rappresentare un buon approccio al progetto; il secondo gruppo pensa che i diagrammi siano invece posticci, rappresentazione estetizzante di un processo che ha come proprio unico obiettivo quello della materializzazione dell’icona. Ora, se credessimo totalmente a quest’ultimo gruppo Bjarke sarebbe come quegli studenti che, a progetto terminato, realizzano una tavola che illustri un concept totalmente fasullo per rafforzare le ragioni del proprio operare; se credessimo invece ai primi dovremmo dedurre che pur tramite un approccio diagrammatico Bjarke è l’unico architetto al mondo che riesce ad ottenere in maniera logica un risultato iconico di landmark.

8tallet

La mia ipotesi? Dal momento che un approccio realmente diagrammatico non contempla la figura in corso di progettazione, ma solo le relazioni tra le componenti del progetto, è molto improbabile che un processo simile sfoci costantemente anche in un valore iconico dell’edificio. Certo, può capitare, pensate ad esempio al Mercedes Museum di UNstudio, ma non può essere una costante. Io credo che invece l’approccio di BIG sia un approccio processuale fortemente basato sulla modellazione formale di forme semplici, articolate con il duplice obiettivo di ottenere un valore iconico e di risolvere problematiche spaziali e contestuali. Insomma presentazione e rappresentazione non coincidono, ma sono abbastanza consequenziali. Direi addirittura che è una presentazione piuttosto onesta di ciò che i progetti sono e vogliono essere.

Ho discusso a lungo con studenti e colleghi dell’argomento, tanto a lungo da non avere avuto quasi mai il tempo di illustrare un’analisi seria, che pure ho fatto nelle dovute sedi, dell’architettura che BIG propone. Allora, se vi ho convinto almeno un po’ che l’immagine che Bjarke propone di sé e dei suoi progetti non è una grande presa in giro, prima di decidere in che partito militare andate a guardare gli elaborati tecnici dei suoi progetti, capitene la spazialità e discutiamo della sua architettura prima che, tema che come è chiaro mi appassiona, della sua immagine. Prometto che io stesso ne parlerò, spiegando quali siano i margini di interesse che secondo me l’architettura di BIG ha e perché mi premeva chiarire anche la mia visione del suo approccio progettuale. A proposito: avete capito perché BIG è famoso e io no? Certo io non ho neanche 30 anni e gli anni degli architetti sono tutta un’altra storia!

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

Check Also

Biennale 2018: cosa aspettarci da Yvonne Farrell e Shelley McNamara

Lo scorso 19 Gennaio il Cda della Biennale di Venezia ha annunciato che a curare ...