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L’idea bizzarra: creare inflazione con una stretta monetaria

Su poche cose vi è un consenso trasversale nella teoria economica. Tra di esse, sembrava esserci la relazione crescente tra offerta di moneta e tasso di inflazione.

Sia chiaro: le varie scuole hanno interpretato, criticato e circoscritto questa relazione in modi del tutto differenti. Per alcuni vige una proporzionalità diretta tra quantità di moneta in circolazione ed indice dei prezzi; altri invece mettono in dubbio la possibilità che i prezzi si adeguino alla quantità di moneta senza frizioni, a causa delle tipiche rigidità insite nella contrattazione salariale, ed evidenziano il ruolo svolto dal tasso di interesse: se ognuno può scegliere di tenere il proprio patrimonio in moneta o in titoli, il mercato della moneta e quello dei titoli sono del tutto speculari ed un eccesso di offerta nel primo, dovuto ad una politica monetaria espansiva, implica nel secondo un eccesso di domanda, che alza il prezzo dei titoli e ne riduce il tasso di interesse; tassi più bassi riducono gli incentivi al risparmio ed incoraggiano gli investimenti nell’economia reale, provocando un aumento del reddito e quindi della domanda di moneta per transazioni (1); l’aumento della domanda di moneta riporta in equilibrio il mercato monetario, con un aumento della domanda aggregata innescato dagli investimenti, il quale, a parità di offerta aggregata, si traduce in maggiore inflazione (2).

Per alcune scuole l’aumento dei prezzi va di pari passo con un aumento del reddito reale, per altre invece si hanno effetti solo nominali (3), tuttavia nessuno aveva mai ipotizzato che una politica monetaria espansiva – maggiore offerta di moneta e conseguente riduzione dei tassi di interesse – potesse provocare una riduzione del tasso di inflazione: nessuno, prima dei Neo-Fisheriani.

In altri tempi l’idea bizzarra non sarebbe stata neppure presa in considerazione, ma di fronte ad espansioni monetarie senza precedenti, condotte da tutte le banche centrali che contano, apparentemente incapaci di risollevare l’inflazione, anche le interpretazioni più eterodosse meritano attenzione.

Cosa dicono i Neo-Fisheriani?

Il cardine della teoria risiede nel ruolo svolto dalle aspettative: temendo un livello dei prezzi in aumento, le imprese e i consumatori anticipano la propria spesa, viceversa presumendo una situazione di deflazione, non spendono in attesa che i prezzi si siano ridotti; inoltre in un’economia gravata da un ingente debito sia pubblico che privato, le aspettative inducono a credere che il peso reale del debito, registrato in termini nominali, venga smorzato dall’inflazione, consentendo una maggiore spesa nel periodo attuale.

Al noto effetto negativo di un aumento dei prezzi sulla domanda, si aggiunge un nuovo tassello: l’effetto positivo delle aspettative. Se inflazione attesa ed effettiva fossero indipendenti, non vi sarebbe una sostanziale differenza dai modelli consueti, i Neo-Fisheriani assumono invece l’uguaglianza tra attesa ed effettiva. L’idea allude a due assunzioni: la prima, già ampiamente usata da alcuni economisti ed ampiamente criticata da altri, è la razionalità degli operatori, che non potrebbero essere affetti da illusione monetaria, ma anzi ricondurrebbero ogni decisione economica a grandezze reali e non nominali; la seconda, più innovativa, riguarda le aspettative “autoconfermanti”.

In un contesto dinamico e concorrenziale, imprese e lavoratori agiscono secondo le proprie aspettative ed in base ad esse praticano i propri prezzi ed accettano o rifiutano i prezzi praticati da altri: così l’inflazione effettiva ricalca quella attesa, mettendo in secondo piano il ruolo convenzionale delle banche centrali, il cui peso va a dipendere dalla capacità di influenzare le attese, con annunci e target prestabiliti, più che dall’effettiva offerta monetaria.

In questa prospettiva l’inflazione ha due effetti contrari sulla domanda: l’effetto consueto negativo e l’effetto positivo dovuto alle aspettative. Qualora prevalga il secondo, ad esempio in contesti di grande incertezza, gli effetti della politica economica risultano stravolti (4).

Una politica monetaria espansiva, come descritto, stimola gli investimenti e la domanda aggregata, cambiando i livelli di equilibrio: al livello di inflazione precedente all’espansione monetaria corrisponde ora una domanda maggiore, mentre per restare ai livelli di domanda precedente, più bassa, serve un’inflazione minore, che scoraggi la domanda aggregata, secondo la citata ipotesi di relazione positiva tra inflazione e domanda (5). Seguendo l’assunzione delle aspettative razionali, che rendono gli operatori immuni dall’illusione monetaria, l’offerta aggregata risulta insensibile al tasso di inflazione e costituisce un vincolo alle variazioni del reddito, che resta ancorato alle decisioni di offerta (6). Non mutando il reddito di equilibrio tra domanda e offerta, l’aumento della domanda provocato da un’espansione monetaria fa convergere l’equilibrio verso un’inflazione più bassa.index

Tale ipotesi risulta coerente con l’equazione di Fisher: l’interesse nominale è uguale alla somma di interesse reale ed inflazione; pertanto, a parità di interesse reale, determinato dai fondamentali economici, una riduzione del tasso di interesse nominale, generato dalla politica monetaria espansiva, è compensato nel lungo periodo da una pari riduzione del tasso d’inflazione.

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L’inflazione si muoverebbe secondo la dinamica tradizionale solo nel breve periodo, finendo poi per convergere nella stessa direzione dell’interesse, ossia in direzione opposta all’offerta monetaria. Così la decennale scia di tassi vicini allo zero nelle maggiori economie avrebbe generato l’attuale contesto di bassa inflazione o addirittura deflazione: quanto più le banche centrali insisteranno con Quantitative Easing o affini, tanto più si aggraverà il quadro economico internazionale.

Note:

(1) Nel modello IS-LM, la curva LM si sposta in basso a destra.

(2) Nel modello AD-AS, la curva AD si sposta in alto a destra.

(3) Nel primo caso la curva AS è obliqua crescente, nel secondo caso è verticale.

(4) Se prevale l’effetto tradizionale la curva AD è decrescente, se prevale l’effetto “neo-fisheriano” la curva AD è crescente.

(5) La curva AD, crescente, si sposta verso destra.

(6) La curva AS è verticale.

About Bernardo Mottironi

Bernardo Mottironi
Studio Discipline economiche e sociali in Bocconi. Per Polinice mi occupo di economia e affari internazionali.

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